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IL RAGAZZO GIRAFFA

di Christophe Pellet

traduzione di Simona Polvani

 

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

 

Il Ragazzo giraffa (L’Arche Éditeur, 2000), testo con cui Christophe Pellet ha debuttato nella drammaturgia, pubblicato dall’Arche Editeur nel 2000, è una trilogia complessa ed entusiasmante, che dagli anni ottanta all’inizio degli anni duemila coglie alcuni cambiamenti importanti all’interno della nostra società. Da fine osservatore, Christophe Pellet non solo registra alcune evoluzioni nella sua generazione, ma le intuisce e anticipa. L’amore pare cambiare natura. Le coppie e le famiglie sono formate da genitori dello stesso sesso, i sentimenti sono più confusi e ibridi, si pongono le questioni di genere, le donne appaiono forti, gli uomini fragili. Un testo provocatorio ed estremamente attuale, scritto in uno stile che richiama il linguaggio universale del cinema, di cui Pellet, da sceneggiatore e regista cinematografico, è sapiente conoscitore.

Ho tradotto la terza parte della pièce che, intitolata Il Ragazzo giraffa, dà il titolo alla trilogia, nel 2003, per la messa in scena realizzata da Pierpaolo Sepe l’anno successivo a Quartieri dell’Arte- Festival internazionale di teatro. Ne ho completato la traduzione, con la prima parte Ancora un anno per niente e la seconda Dove il dente duole, nel 2009, durante una residenza d’autore-traduttore al Centre National des écritures du spectacle “La Chartreuse” di Villeneuve – lez -Avignon (Francia), con borsa di traduzione dell’Association Beaumarchais/SACD.

Al link qui di seguito il video di una lettura scenica del testo realizzata nel 2013 al Théâtre du Rond Point a Parigi con la regia di Anne Théron.

http://www.dailymotion.com/video/x16t96t_le-garcon-girafe-lecture-publique_creation

 

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

 

L’inizio della pièce

 

PERSONNAGGI :

 

CLARISSE DELTOUR  

NATHALIE DULLAC

JULIEN MORESTIN

NORMAN REES

JIM MARTENOT

IL RAGAZZO CON L’IMPERMEABILE

L’UOMO DI QUARANTA ANNI

THIERRY PETIT

NILS DULLAC

LUCIE CHASLES

LUCAS NEVEUX

 

LUOGHI:

Prima parte: una cittadina in riva all’oceano:

(negli anni ottanta)

Seconda parte: una capitale europea:

(negli anni novanta)

Terza parte: la cittadina in riva all’oceano

(inizio del ventunesimo secolo)

 

DISTRIBUZIONE DEI RUOLI:

Clarisse Deltour

Nathalie Dullac

Julien Morestin

Norman Rees / Il ragazzo con l’impermeabile / Nils Dullac

Jim Martenot / Lucas

Lucie Chasles

L’uomo di quaranta anni/ Thierry Petit

 

 

PRIMA PARTE 

UN ALTRO ANNO PER NIENTE

Gli anni ottanta

 

1. Un caffè

Musica d’ambiente.

Julien Morestin è a un tavolino, davanti a lui un bicchiere di birra. Non sta facendo niente. Aspetta. È l’unico cliente visibile.

Appare Norman Rees e gli si accomoda accanto.

Entrambi hanno una ventina d’anni. Julien è rosso, Norman biondo.

 

Julien : Che prendi? Io un’altra birra.

Norman : No. Niente birra. Ho bevuto abbastanza ieri sera. (Riflette) Forse…..qualcosa di gassato.

Julien : Allora una coca?

Norman : No. Qualcosa di gassato, ma senza zucchero… Aspetta… (Riflette)

Julien : Un’acqua minerale?

Norman :No. ….Francamente no. Che tristezza. Per di più ho sete. Bene, prendimi una birra: è gassata, è senza zucchero.

Julien : (Fa un cenno) Due birre per favore…..

(Pausa)

Norman : È andata bene la festa di ieri, no? É andata bene, non ti pare?

Julien: Sì. Mi è piaciuta molto.

Norman: Ero ubriaco. Come sono quando sono ubriaco? Per esempio, come ero ieri sera?  Andava, ti pare ?

Julien: Ma sì….Eri normale, insomma.

Norman : Normale? Ma no, visto che ero ubriaco. Mica normale. Com’ero con Clarisse ? Parlavo forte, no?

Julien : No. Come si deve, credo. Non più degli altri.

Appare Nathalie Dullac (la cameriera): una trentina d’anni, bruna. Posa due bicchieri di birra sul tavolo e si ritira. 

Norman : Allora stavo bene? Come esattamente? Com’ero con Clarisse? Parlavo forte. Sono sicuro che parlavo forte. E avevo l’aria da ubriaco?  Francamente?

Julien : (Beve una sorsata) Sei andato a letto con Clarisse?

Norman : (Sorpreso) Ma no. Perché dici così?

Julien : Per niente. (Silenzio) Ho quell’appuntamento tra una mezzora. Ho paura, è stupido. Se ho il posto di lavoro, più problemi di soldi. E un bel po’ di tempo libero. Il paradiso.

(Silenzio)

Norman : Perché mi chiedi se sono andato a letto con Clarisse?

Julien : Non so. Così.

Norman : Che cosa te lo fa pensare? Perché Clarisse ed io così, ora? Hai visto qualcosa ieri sera? Com’ero? Ubriaco? È per questo? Che cosa ho detto? (Riflette) Niente di particolare, me ne ricordo. Parlavo forte, sì. Ma niente di particolare.

Julien : No, niente. Mi chiedo in quanti saremo a presentarci per il posto. Sì, è andata bene la festa di ieri. Proprio quello che mi ci voleva per non pensare troppo a oggi, a adesso. È un bene  che tu sia qui con me, adesso, subito prima. Non bevi la birra?

Norman : No. Ho bevuto troppo ieri. Ero davvero ubriaco, eh?

Julien : (Prende il bicchiere di Norman) Posso bere allora?

Norman : È Clarisse che ti ci ha fatto pensare?

Julien : A cosa? La bevo, allora. (Beve)

Norman : Questa idea che hai: vederci assieme, lei e me.

Julien : No, solo un’idea così. Un’idea passeggera. Nient’altro.

Norman : (Nervoso) Invece no, non è niente. Allora sono io? Che cosa ho fatto….? Non ricordo più. Ero pesante con lei? Appiccicoso? E come sono quando sono ubriaco? Perché pensi che siamo andati a letto assieme? A causa sua? Mia? Di cosa? Di noi due?

Julien : Invece no. Solo per sapere.

Norman : Invece sì. Dimmi: ho parlato? Ho detto delle cose? Parlo forte quando sono ubriaco, eh? Parlo forte, lo so. E la mia voce, com’era? Acuta? Brutta.

Julien : No, no. Come al solito.

Norman: Ho sempre quella voce là? È brutta allora. Vero che è brutta? Non mi piace la mia voce. Un giorno l’ho sentita in una registrazione. Te ne ricordi. Avevi registrato una conversazione durante  una festa. C’eravamo ascoltati, dopo.

Julien: È stato dieci anni fa. La tua voce è cambiata da allora.

Norman: No. È ancora così acuta. E quando sono ubriaco, è peggio. Dimmelo che è peggio, visto che è la verità.

Julien : Non è meglio. Come per tutti. Niente di più. Finisco la tua birra. (Beve) 

Norman : Ero uno schifo, ieri sera, eh?

Julien : (Posa il bicchiere vuoto) Invece no. Stavi bene.

Norman : Ah sì? Stavo bene? Ma cosa? Bene come? Solo bene? Poco fa mi hai detto che ero normale. Non ero normale, visto che stavo bene. Stavo bene come un ubriaco?

Julien : Stavi bene. È tutto.

Norman : È tutto? Allora non così bene. Non ero come al solito, mica normale. È così quando si è ubriachi. La voce cambia, si parla forte. Com’ero io? E con Clarisse? Perché proprio dopo questa festa, questa idea che siamo andati a letto assieme? C’è stato qualcosa? È lei forse? Hai visto qualcosa?

Julien :Che cosa vuoi farmi dire?

Norman : Ma sei tu che vuoi farmi dire. Se sono andato a letto con Clarisse: no, no e no!

Julien : Bene. Benissimo allora.

Norman : Perché benissimo? Sei contento?

Julien : Ma no. Devo andare là. (Si alza)  Mi aspetti? Non durerà molto. Sto bene?

Norman : Sì, va bene.

Julien : Bene. A subito.

(Esce. Norman, immobile, aspetta)

BUIO

 

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SECONDA PARTE

DOVE IL DENTE DUOLE

Gli anni novanta

 

1. Una camera.

Jim Martenot, trenta anni, lunghi capelli bruni, ha in mano una lattina di birra. Clarisse si toglie la giacca. 

 

Clarisse : Non ci sono molti libri a casa tua.

Jim : Sì, guarda, da quella parte…Ce ne sono.

Clarisse : “Jacques il fatalista”, ” Il Tartufo “.”Illusioni perdute”. Sì. (Disincantata) “Illusioni perdute”. Il programma della maturità, insomma.

Jim: (Posa la birra, abbraccia Clarisse) Adoro i tuoi occhi. Adoro la loro indifferenza.

Clarisse: Occhi di cerva o di cerbiatto.

Jim:  Occhi di bambina.

Clarisse:  (Si libera) Quando Julien incrocia lo sguardo di certe donne, pensa agli occhi dei cerbiatti. O a quelli delle cerve.

Jim: È tanto tempo che state insieme?  (Silenzio) Non ha l’aria tanto cattiva per un cacciatore. In ogni caso, stasera, non ha fatto niente per trattenerti.

(Tenta di baciare Clarisse. Lei lo respinge)

Clarisse: Julien, un cacciatore?

Jim: (Recupera la birra, la finisce) Fa la posta. A forza di sparare a vista, finirà per colpire qualcosa.

Clarisse : Non prenderà niente. È come se portasse dentro di sé – forse ancora di più nel chiaroscuro dei suoi occhi grigi -la durezza e la fragilità del vetro. Toccandolo potrei tagliarmi come frantumarlo.

Jim: Capisco. (Passa una mano sotto il pull di Clarisse:) I tuoi seni, mi piacciono anche i tuoi seni, sai. (Solleva il pull di Clarisse) I seni delle ragazze, li mangerei crudi.

Clarisse: (Lo respinge) No, non stasera. (Jim prende un’altra lattina di birra, l’apre, beve, si allunga per terra) Smetti di bere, è quello che ti eccita.

Jim: Vattene.

Clarisse: Mi piacciono le tue braccia, e le tue mani. Anche il tuo viso. E la tua voce.

Jim:  E io adoro i tuoi seni, se lo vuoi sapere. (Disarmato bruscamente, si raddrizza su un gomito: ) Io ti piaccio e tu mi piaci. Cosa allora? È Julien? Da quando state assieme?

Clarisse: È il tuo collo, credo, che mi piace di più.  Con i tuoi capelli lunghi, è difficile giudicare.

Jim: A domani, allora? Vorrai, domani?

Clarisse: Prima che me ne vada, alzati almeno.

(Jim si rialza)

Clarisse: Voltati. (Jim si volta) Tirati su i capelli. (Jim si passa una mano tra i capelli) Più in alto. (Li tira su: appare la nuca) Ora abbassa la testa. (Jim abbassa la testa) Sei docile?

Jim: Posso esserlo. (Cade in ginocchio:) Posso essere anche violento. (Sbatte la fronte sul pavimento) Signore, dammi questa ragazza!

(Pausa)

Clarisse: Preghiera esaudita.

 

BUIO

 

 

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TERZA PARTE

IL RAGAZZO GIRAFFA

Inizio del ventunesimo secolo

 

PRIMA GIORNATA

 

1. Parco di una cittadina in riva al mare

Lucas Neveux, un giovane di una ventina d’anni dai capelli scuri, tagliati molto corti e Lucie Chasles, stessa età, una lunga capigliatura scura, sono abbracciati. Ai piedi di Lucie, una valigia.

Si stringono e si baciano.

Lucas: Come sono gli Inglesi?

Lucie: Le ragazze: non male. I ragazzi, meno bene. Lucas…..(Lei si divincola dall’abbraccio) Hai parlato con Nils? (Lucas abbassa la testa) Non gli hai detto niente. (Silenzio) Sei un vigliacco, ecco tutto.

Lucas: È con te che vuole partire. Tocca a te parlargli.

Lucie: Perché tu non c’entri niente con questa storia, no? È con te che rimango. (Lui si volta) Mi nascondi qualcosa. Dall’inizio. C’è qualcos’altro.

(Silenzio)

Lucas: Sì. C’è qualcos’altro.

BUIO

 

2. Una camera d’hotel.

Arredamento sommario: un letto, un tavolo, un lavabo davanti a uno specchio. Julien Morestin entra. Indossa un paio di occhiali da vista, i suoi capelli rossi sono ora radi. Posa la sua borsa da viaggio sul letto, si dirige verso il lavabo, fa scorrere l’acqua un istante, richiude il rubinetto, si osserva nello specchio.

Poi si siede sul letto, apre la borsa, tira fuori la pianta di una città, la spiega e le dà un rapido sguardo.

BUIO 

 

3. Il parco

Lucas e Lucie sono seduti su una panchina. Posata a terra, la valigia. Lucie tira fuori dalla sua borsa un foulard verde fluorescente e lo annoda ai capelli. 

 

Lucas: Non voglio provocare un dispiacere a Nils. È al di sopra delle mie forze.

Lucie: Tu hai ancora un debole per lui.

Lucas: È stata solo un’esperienza, nient’altro.

Lucie: E da parte sua?

Lucas: Non ne sono sicuro.

Lucie: Non gli hai chiesto niente?

Lucas: Non parliamo di queste cose.

Lucie: Lo fate d’istinto? Come gli animali? (Pausa) È durato a lungo?

Lucas: Diluito nel tempo. In maniera….sporadica.

Lucie: Sporadica?

Lucas: Ma è finita con lui. Adesso ci sei tu. E se non fossi tu, sarebbe un’altra.

Lucie: Grazie, fa sempre piacere sentire certe….

Lucas: Non è quello che voglio dire.

(Silenzio)

Lucie: Il vento si alza. Finalmente. (Lucas con un gesto molto dolce, amoroso, toglie il foulard a Lucie)

 Lucas: Venga. Lo aspetto

(I capelli di Lucie si sciolgono, ondeggiano leggermente nel vento. Lucas la guarda, soggiogato)

BUIO

 

4. La camera d’hotel

Julien, torso nudo, si rade con un rasoio davanti allo specchio. Ha tolto gli occhiali. I suoi gesti sono precisi, lenti. A tratti si osserva con attenzione, sospendendo i gesti. Poi riprende. Quando ha finito, si asciuga il resto della schiuma da barba con un asciugamano, senza togliere lo sguardo dallo specchio.

BUIO

 

5. Il parco

Lucie e Lucas sulla stessa panchina.

Lucie: Tra te e Nils, quando è stata l’ultima volta?

Lucas: È parecchio tempo.

(Lei prende il viso di Lucas tra le mani, lo guarda negli occhi. Lui evita il suo sguardo)

Lucie: Quando? (Silenzio) Lucas, quando?

Lucas: (Tutto di un fiato) Un mese fa….

Lucie: (Demoralizzata) Giusto prima che ci mettessimo assieme tu ed io?

Lucas: (Smarrito) Ma in quel momento anche tu stavi ancora con lui, ricordatelo!

Lucie: È colpa mia allora?

Lucas: Non lo so. Ognuno ci ha messo del suo, ecco. Una cattiva congiunzione.

Lucie: Adesso, capisco perché non osi dirgli niente.

Lucas: Non ne ho la forza.

Lucie: Debolezza. O semplicemente amore.

Lucas: Glielo dirai?

Lucie: (stanca) Ma sì.

(Lei si alza. Lui la prende per la vita. Lei si divincola)

Lucas: Non mi ami più.

Lucie: Ma no….

Lucas: Cosa allora?

Lucie: I ragazzi. Non ci capisco niente. E questo alla fine mi innervosisce.

Lucas: Ma te lo spiego io.

Lucie: Non dire più niente, è meglio. È un disastro.

Lucas: In disastro, c’è “astro”.

(Lei alza le spalle, prende la valigia, annoda il foulard sui capelli)

Lucas: Non mi fare del male, Lucie.

Lucie: Ma no.

Lucas: Baciami, Lucie. Baciami per desiderio, non per consolazione.

(Lei posa la valigia e si lascia baciare. Il suo foulard si snoda portato via dal vento. Lei fa un gesto per riprenderlo. Fatica sprecata. Il gesto resta sospeso nel vuoto)

BUIO

 

6. La camera d’hotel

Julien tira fuori una polo blu dalla borsa, la infila, getta uno sguardo allo specchio, la toglie, fruga dentro la borsa, tira fuori una camicia bianca, la mette e si guarda di nuovo nello specchio.

BUIO

 

7. Una terrazza  a casa di Nathalie Dullac e Clarisse Deltour

Dà su un parco che scende sull’oceano, di cui ci arriva il rumore. Nils è assopito in una poltrona di pelle nera. Clarisse entra, una borsa della spesa in braccio. 

Non è cambiata molto: il suo viso è rimasto sorprendentemente giovane, ma nel suo sguardo predomina un sentimento d’inquietudine. Ha un foulard beige legato attorno ai capelli. Posa la borsa, toglie il foulard, lo lascia scivolare sul viso di Nils, come una carezza. Lui si sveglia. È un giovane di venti anni, dai capelli a mezza lunghezza, rossi e sottili, dalla carnagione molto pallida. Lei gli sorride.

Clarisse: Buongiorno, Nilou. (Le ricambia il sorriso, prende dalla sua tasca un paio di occhiali da vista e se li posa sul naso. Clarisse tira fuori le provviste dalla borsa) Ho riportato delle cose strane che vengono da lontano. Esotiche. Non è possibile neppure immaginare di mangiarla questa, tanto è carina. Delle cosettine leggere.

Nils: Mai leggere quanto me.

Clarisse: Due giorni senza mangiare, direi che bastino. Nathalie mi rimprovererà. (Silenzio) Nils, è necessario. Per farmi piacere

Nils: Per farti piacere? Non pensi piuttosto a Nathalie? Tu hai paura di lei. Hai paura di mia madre. (Pausa) Hai paura che lei ti lasci. Che un giorno non ritorni da uno dei suoi viaggi.

(Clarisse si volta, ferita)

Nils: Perdonami, Clarisse. Ho delle idee cupe.

Clarisse: Ti preparo qualcosa. Per farti perdonare, mangerai un po’. Adesso, mi chiami Clarisse…..Non molto tempo fa ancora io ero “mamma luna”, ricordi?

Nils: Tu rimanevi con me la sera. E la notte, quando ero malato, vegliavi su di me. Mamma era fuori, perduta tra le costellazioni.

Clarisse: Avevi paura la notte. Dicevi: “mezzanotte, è l’ora del crimine….”

Nils: E tu mi rispondevi: “mezzanotte: è anche l’ora dei sogni e delle confessioni…”

Clarisse: E lei, sempre tra due aerei. Una settimana a Tokio, un’altra a New York. (Pausa) Si alza la tempesta. Spero che il suo aereo non subirà un ritardo.

Nils: È un sole, Nathalie. Noi siamo delle figure dell’ombra, della notte.

Clarisse: Non è molto gentile quello che dici.

Nils: Allora perdonami, ancora una volta.

Clarisse: Ancora una volta ti perdono, a una sola condizione: vado a prepararti una zuppa, una buona zuppa di verdure, un zuppa della sera, poiché noi siamo- come dici?- “delle figure dell’ombra”. Ne prenderai un po’? Per Lucie, almeno. È tornata da Londra?

Nils: Oggi.

Clarisse: Hai un brutto aspetto, che cosa penserà? Ti troverà troppo magro. Non è tanto confortevole un ragazzo alto e magro.

Nils: Che cosa ne sai?

Clarisse: Ne ho conosciuto uno. Un tempo.

Nils: Chi era?

(Lei continua a svuotare le provviste, senza rispondergli)

Clarisse: Una zuppa di verdure, semplice. Non vale la pena cercare troppo lontano, in fondo.

Nils: Perché mi parli di quell’uomo? Chi era?

Clarisse: Hai un brutto aspetto. Se fossi la tua ragazza, sarei preoccupata, è tutto. Quell’uomo non ha alcuna importanza.

Nils: Era prima che ti mettessi con mia madre?

(Clarisse guarda Nils a lungo. Uno sguardo strano nel quale tutta l’inquietudine è scomparsa. Al suo posto, qualcosa di indefinito, tra il desiderio e il timore. Gli carezza i capelli, fa scivolare la mano sulla nuca del giovane, poi chiude gli occhi)

Nils: (piano) Non voglio più che mi tocchi.

 

(Clarisse ritira la mano, come si fosse bruciata al contatto con una fiamma)

 

Nils: Sto bene. Lo vedo nei loro occhi. Sto bene.

Clarisse: Nei loro occhi?

Nils: È così che loro mi amano: quando divento trasparente. Allora, non mi fanno più soffrire.

Clarisse: Ma chi?

Nils: Le persone tutt’intorno.

 

BUIO

 

Estratti dal testo inedito Il Ragazzo giraffa, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).
Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

 

Dipinto di /Picture de Amy Judd

Dipinto di /Picture de Amy Judd

Mi sono divertita a leggere una mia breve poesia, Le Bonheur, già pubblicata in questo blog, prima in francese e poi in italiano, e a mescolare i versi nelle due lingue, improvvisando, trascinata dai suoni che si producevano di volta in volta. Condivido volentieri con voi questa registrazione.

En français
Je me suis amusée à lire un de mes poèmes, Le Bonheur, déjà publié dans ce blog, d’abord tout entier dans sa version en français et en italien, et ensuite en mélangeant ses vers dans les deux langues, j’ai improvisé un troisième poème, emportée par les sons qui se sont dégagés. Je partage volontiers avec vous cet enregistrement.

Dedicato a /Dédié à A.

SIMONA POLVANI – venerdì 18 luglio, ore 17.46

Una domanda è ciò che attendo da ogni spettacolo. Solitamente, alla domanda cerco di portare una risposta, e lo faccio con una recensione o uno studio più approfondito, chiamasi saggio. 

Ho deciso di raccogliere qui le domande sollevate da alcuni spettacoli.

 

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Motus
CALIBAN CANNIBAL

2011>2068 AnimalePolitico Project

una performance di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

con Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief (Dalì)

http://www.motusonline.com/it/notizie/1

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visto a Santarcangelo Festival 2014, il 17 luglio

 

 

 

Dov’è il corpo del performer?

Due schermi a lato di una tenda. Due immagini, due persone dormono. Due performer, Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief, Dalì, artista visivo tunisino, che ha partecipato alla rivoluzione dei gelsomini.

I due dormienti sono nella tenda? O sono solo sullo schermo? E le immagini sono in live, oppure sono state preregistrate? Sono le stesse, quelle proiettate? No, non solo le stesse.

Se non sono le stesse, una delle due si riferisce a quanto avviene dentro la tenda?

E l’altra? E se sì, quale, quella proiettata sullo schermo di sinistra o di destra?

Lei si presenta come Ariel, lui, è Dalì, nella performance così come nella realtà, ma Ariel vorrebbe che fosse Caliban.

La finzione si unisce alla realtà e cerca di plasmarla? Come ci si abbandona al gioco di finzione, all’immaginario dell’altro? La realtà collide con la finzione? Il teatro entra nella realtà e la cannibalizza? Cosa diventa una realtà che rimane se stessa accanto a una narrazione? E può davvero rimanere se stessa?

Dov’è la realtà del corpo del performer? Dov’è la realtà del corpo pixellato o nascosto, riprodotto dal video live o differito, del performer?

Il corpo è solo assente o è presente? Come si configura la presenza del corpo sottratto allo sguardo? E di quello riprodotto solo in video?

Il corpo è poetico perché astratto dalla sua presenza fisica? Oppure è poetico nel momento in cui ricoperto di pagliuzze dorate trema e vibra di fronte a noi nella sua presenza e materialità fisica?

Lo stupore dell’artificio lo fa brillare. Come la poesia scardina e reinventa il linguaggio, le pagliuzze inattese, la vibrazione, scardinano la rappresentazione della quotidianità del corpo. è poetico? Sì, è poetico.

La poesia è nella smaterializzazione, sottrazione, astrazione?

Può parlare di rivoluzione solo chi vi ha ha preso parte? E se chi vi ha preso parte non vuole più parlarne, chi può farlo al suo posto? Come essere testimoni senza esserlo stati? Come raccontare una rivoluzione astraendosi da essa?

Una rivoluzione poetica può essere politica? Come e se conciliare poetica e politica?

Qual è la specificità del punto di vista del nomade? In che modo il nomade è un resistente?

Un corpo in movimento, che attraversa confini, li ridisegna, si marginalizza, compie un gesto politico e poetico? La poesia del nomadismo, in una società stanziale.

Nella tenda, Ariel e Dalì mangiano assieme i fiori del crisantemo rosa.

Solo una relazione intima è politica e poetica e supera i limiti e i confini, ridisegna territori?

L’incontro tra due lingue può far leggere il mondo in una nuova prospettiva? E può cambiarlo, spostandone il senso? Ariel e Dalì comunicano con una lingua crasi dell’italiano e del francese. La realtà e la réalité generano “realità”. È il luogo della via di fuga e della poesia?

I due volti in primo piano sui due schermi entrano nella finzione della performance, riportando il tempo al qui e ora, al caldo della tenda sotto lo spazio dell’Hangar Bornaccino, a Silvia e a Dalì, con le loro biografie, che si guardano, da uno schermo, e si prendono cura l’uno dell’altro, in questa ulteriore tappa di viaggio, prima di smontare la tenda e uscire di scena, come si esce da una porta, per andare altrove e riprendere il percorso.

Nomadi. Senza finzione.

Motus - Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari www.gmencari.com

Motus – Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari http://www.gmencari.com

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Peinture de Amy Judd

 

Je dis

le bonheur

avant que le vent ne l¹emporte

lui qui n¹a pas de pieds de pierre

lui au corps de plumes

Je dis le bonheur

que j¹ai arraché au rêve

pendant qu¹il se posait

sur la pointe de ton nez

Immédiatement j¹y ai posé le mien

pour qu¹il ne soit ni le tien

ni le mien

mais notre bonheur à nous

 

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Simona Polvani – Paris, le 13 mars; Agliana, le 13 juillet 2014 – traduction de l’italien en français de Camilla Maria Cederna, amie poétesse que je remercie infiniment.

 

PARIGI – 3 luglio 2014, ore 18.18

Simona Polvani: Che cosa è per te un corpo danzante? (Qu’est – ce que c’est pour toi un corps dansant?)

Adrien Gaumé: Quando un movimento si conquista da solo, un tempo altro si dispiega in uno spazio altro (C’est quand le mouvement se conquiert lui-même, un autre temps se déploie dans un autre espace).

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C’era una volta una bambina che ballava tip-tap sui due gradini davanti alla porta di casa. Una volta c’era una bambina che nel cortile di casa piroettava con braccia di gabbiano. Aveva una passione sfrenata per i musical americani, la danza classica, il carnevale di Rio con le ballerine sui carri, persino per il pattinaggio artistico sul ghiaccio, perché, anche quello era danzare. I suoi idoli erano Fred Astaire e Ginger Rogers, Shirley Temple – che imitava spudoratamente sognando una cascata di boccoli biondi al posto dei suoi capelli corti – e Carla Fracci, étoile del Teatro alla Scala, con le corolle di tutù bianchi, la grazia dell’inchino, i passi in volo.

Destino volle che il pediatra e l’ortopedico invitassero i suoi genitori a iscriverla a un corso di nuoto per un’iniziale scoliosi e non alla scuola di danza classica. I sogni quando vanno in frantumi fanno rumore. Il rumore dei suoi fu assordante.

<Time One

Piove, fa freddo, avrei mille cose urgenti da fare e anche nessuna, nessun’altra, intendo. Ho già studiato il percorso della metropolitana ieri sera. Da Gare d’Austerlitz fino a Couronne. Suona la sveglia. Diluvia. Mi rigiro sotto il piumone. Al Parc de Belleville, all’aperto. Proprio all’aperto.

Sono fuori casa, imbacuccata, con il piumino, le scarpe da ginnastica, una vecchia tuta di lana da scherma di una antica scuola romana. Quando esco dalla metro il vento mi getta in faccia la pioggia. L’ombrellino da due soldi si piega, si gonfia e rovescia, lo trattengo a stento. Penso che non ci sarà nessuno. Chi avrà avuto il coraggio di uscire per andare a  un training di danza butoh e di improvvisazione con questo tempo da tregenda?

Mentre mi addentro nel parco slavato, mi perdo, mi perdo ancora e infine mi ritrovo. Ostinata, come chi sa di andare al primo appuntamento con una passione negata e sepolta sotto il pregiudizio che si inizia a danzare solo da piccoli, che non si potrà mai farlo seriamente da adulti. Perché pensare che tutto debba essere fatto “seriamente”? Che cosa significa “seriamente”? Perché negarsi un piacere sottile, soltanto perché non si potrà aspirare al virtuosismo? Qual’è il fondamento di questa idea dell’arte per professionisti?

Trovo il maestro al riparo in una insenatura dell’amphithéâtre. È da solo. Non è venuto nessuno. Nessun altro allievo. Sono l’unica oggi. La mia prima lezione di improvvisazione e training butoh è una lezione privata, io da sola con il maestro. L’insegnante è Adrien Gaumé, danzatore e performer francese. Ci siamo imbattuti nei reciproci profili Facebook nella primavera 2013. Il suo nomadismo lo ha portato a Parigi per alcune settimane e ha scelto il parco di Belleville come luogo per i suoi training.

Mi affido a lui, alla sua guida per le due ore successive, dimenticando il freddo, la pioggia e il vento che continuano a imperversare attorno a noi. Mi affido a te, perché tu, Adrien, ti fidi di me – mi accorgerò solo a posteriori di questo patto di fiducia -, permettendo che l’essere danzante che è racchiuso dentro di me affiori alla pelle, la trapassi e si faccia movimento.

Mi dimentico persino il piede disgraziato, il mio sinistro, che mi ha tormentata con una fascite fastidiosa per tutta la scorsa estate. Mi affido e ripeto o eseguo, o libero un passo lento, che dall’appoggio di tutto il piede a terra, mi porta docilmente sulle punte. Mi sento impacciata, a volte.  L’equilibrio è precario, ma non cedo alla gravità, perché non lo voglio, perché il movimento chiama movimento, perché tu con la tua calma che sostiene mi sei accanto, dietro, davanti.

Non riesco ad eseguire un esercizio di salti con le gambe che mi ricorda gli olalai tirolesi, non subito, perché penso, penso alla coordinazione e non coordino, penso con la mente e non con il corpo. Non è la mente che può guidarmi, adesso.

Adrien scompone per me il movimento. Io provo, riprovo, all’ennesimo errore, il gesto si abbozza, si fa, perché è dal ritmo, finalmente, che mi lascio condurre.

Simona Polvani, Parc de Belleville. Photo di Adrien Gaumé. Simona Polvani, Parc de Belleville. Photo di Adrien Gaumé.

Sono sopra a un cilindro di cemento, a qualche metro da terra, da sola. Adrien Gaumé è in basso, al suolo.  Attorno a me vedo la pioggia e vedo Parigi, dall’alto. A miei piedi, sulla piattaforma del cilindro, i resti di qualche bisboccia notturna tra ragazzi. Adrien mi invita a raccogliere ciò che vedo: un pezzo di cartone, due tappi di sughero da champagne e a improvvisare delle azioni con questi tre oggetti. Li guardo con diffidenza, perché sono sporchi, perché non sono abituata a raccogliere da terra dei rifiuti. Uno, due, tre secondi di esitazione, poi, mi chino e li faccio miei. Li accolgo, come residui di una vita altra, e provo ad ascoltarli, a entrarci in dialogo. Una volta aperta questa possibilità di contatto, sorprendentemente, i movimenti che si creano, improvvisati, sono tanto i miei quanto i loro, di questi oggetti che tengo tra le mani. il cartone diventa un vassoio in cui riposano i tappi. Il vassoio mi tira in alto, in basso, fa piegare il mio corpo di lato, in un continuo disequilibrio, mi porta sulle semi-punte. Ogni volta che cerco di imporre con la mente una posizione, immediatamente mi fermo; e cancello il proposito, per farmi portare, ancora, dal dialogo, per lasciare che il corpo si abbandoni al movimenti, diventi, sia, onda docile. I tappi cadono, lascio andare il cartone, li raccolgo e rispondendo ad alcune domande che Adrien mi rivolge, agisco ancora, forse danzo? I tappi non vogliono più stare tra le mie mani, cadono ancora, sotto la piattaforma. Scendo, graffiandomi un ginocchio, cicatrice che ancora guardo, a memoria della mia prima volta. Ho danzato?

<Time two

La seconda volta è una domenica mattina, il sole non è timido, per quanto la temperatura sia bassa. Il parco di Belleville è affollato. Arrivo che la sessione è appena iniziata, sono tre gli allievi, ma diventeremo cinque più Adrien. Accanto a noi, un cerchio ampio di praticanti di tai-chi. Sulle gradinate dell’anfiteatro, varie persone. Vicino, bambini che giocano al pallone.

Alcuni esercizi sono gli stessi, altri nuovi. Mi piace la presenza degli altri, tutti più esperti di me. Vederli. Sentirli accanto. Diventano un riferimento, quando il movimento mi sfugge, quando il mio corpo non comprende.

Ci disponiamo in coppia. Adrien ci invita a ripetere una sequenza di azioni in cui lievemente entriamo in contatto con il corpo dell’altro, con la testa, le spalle, le braccia, le mani, i fianchi, le gambe, le caviglie, con leggere pressioni, pulpe, pulpe, fino a imprimergli un movimento.

Ad ogni pressione che imprimo, ogni volta che oso toccare il corpo dell’altro, cerco di trasmettergli energia, invito quel corpo a prendere la direzione che desidera, a compiere una realizzazione. E penso allora a quando, molti anni fa, praticavo la meditazione vipassana. Provo a non imporre niente, a non pensare quel corpo-persona come una mia proiezione, ma a sostenerlo perché esso sia, anche nel lasso breve del contatto e nella dinamica di movimento che si svilupperà successivamente, ciò a cui esso naturalmente tende. Ripeto allora nella mente delle parole, ogni volta diverse, ognuna a suo modo un piccolo mantra, che sgorga spontaneo nella frazione di tempo in cui siamo in contatto. Provo la sensazione di avere di fronte un corpo sacro.

Quando la mia compagna di esercizio tocca il mio corpo, gusto la sensazione del contatto, della pressione che massaggia i muscoli e risveglia i nervi, come a tenerli tra le mani, a riscaldarli. E attendo, senza attendere, il momento in cui imprimerà un’oscillazione ai fianchi, oscillazione alla vita, per capire se cadrò, cosa sentirò, cosa proverò. E non cado, ma vibro e ondeggio, felice.

Adesso, a turno, uno di noi è al centro e gli altri, tutti assieme, lo toccano, lo sfiorano. Lo tocchiamo, lo sfioriamo. Ed è un gioco di pressioni e di tensioni, tra movimento impresso e movimento accompagnato, perché ogni punto toccato è messo in movimento e insieme fermato, fino a quando, uno ad uno, le mani scompaiono – non tutti assieme, ci ripete Adrien, sarebbe troppo traumatico, uno per volta – e la persona, il corpo solo, protrae il movimento, fino al momento in cui, privo ormai dell’impulso energetico trasmesso dalle mani altre, si spegne.

Rivedo il corpo portato danzante nello spettacolo La natura delle cose di Virgilio Sieni.

Quando tocca a me, chiudo gli occhi e lascio che gli impulsi agiscano. Non appena tutti mi hanno lasciata sola, il corpo disegna qualcosa nello spazio, il corpo, non più timido, abbozza una danza.

Usciamo dal parco per andare a fare una performance per la strada. Adrien individua un possibile sito. Si tratta di uno spiazzo recintato, adiacente a un palazzo in costruzione. È un luogo in cui è vietato l’accesso, per motivi di sicurezza. Uno degli allievi, l’unico uomo oltre ad Adrien, decide di non partecipare, preferisce rimanere all’esterno e fotografare. Partecipo? Sì? No? Sarà la mia formazione giuridica o il rispetto estremo che ho per la legalità, che mi portano a riflettere. Alla fine, decido di infrangere per una volta un divieto. Adrien ci fornisce delle indicazioni. Uno dietro l’altro dobbiamo entrare dentro la recinzione, disporci in modo frontale, poi andare uno per uno verso il centro, compiere un’azione e tornare indietro, al punto di partenza. Adrien è con noi. Mi stupisco di come non mi senta impacciata, né ridicola, né trattenuta, per quanto inesperta, nel prendere il passo e fare, assumere delle posizioni, liberare un’azione, un gesto, rapportarmi agli altri, ai loro corpi, alle loro azioni, non essere sola, solitaria.

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<Troisième fois

Della terza volta lascio l’immagine di me che giro attorno al corpo di Adrien disteso a terra, cercando di disegnarne la figura e di non calpestarlo. Mossa dal rintocco lungo del mezzogiorno delle campane di una Chiesa vicina, giro sempre più velocemente, come in tranche, per decelerare con lo spegnersi del suono, e priva dell’impulso, fermarmi, immobile, inerte e viva.

////////////// – PAUSA

Verde

 

Verde ho visto nel tuo sguardo

Mentre il tuo passo

Respira

Ricalcando il mio 

Lontano

Orme si inseguono vibranti

Tra foglie fracassate

pietre di vetro innocuo

che dall’orecchio muovono

le ciglia sigillate

i nostri corpi danzanti

///////////////

< Quarto movimento

Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili (Seneca)

Non sapevo, se non per qualche lettura, peraltro poco approfondita, che cosa fosse il Butoh. Prima di partecipare ai training, nel tentativo di averne un’idea visiva, avevo guardato su youtube alcuni video di performance realizzate da danzatori occidentali. Non mi avevano colpito molto favorevolmente. C’era un’estetica della morte che mi spaventava, una nudità parziale del corpo codificata che mi appariva come un compromesso con un senso del pudore superato.

Non sapevo e non so neppure adesso, davvero, che cosa sia il Butoh e che cosa sia Butoh. E non affronto in questo contesto un discorso sulla pratica, dal punto di vista della forma e dell’estetica.

Le esperienze raccontate, a cui ne sono seguite altre e anche di altre pratiche di danza, mi hanno però dato il sapore dolce della possibilità di disseppellire un desiderio antico e di riattualizzarlo, rendendolo comunque vitale con il mio corpo e il mio sentire di oggi. Se non sarò mai infatti la bimba in tutù che sognavo, ho potuto però scrivere, oggi, con la memoria delle visioni anche performative sedimentate nel mio sguardo, una mia traccia di performance.

Ho riallacciato legami con esperienze del passato, abbandonate perché troppo rigide e prescrittive, mi sono posta di nuovo alcune domande, tra cui: che cosa è la danza? Che cosa è danza?  e reinvestendole di gioco e del piacere di fare e di creare a partire dal corpo in base all’improvvisazione, ho potuto trovare altre risposte, vincendo dei limiti, spesso autoimposti, per scoprire che i desideri si possono riscrivere e che si è ciò che si vuole essere, anche un corpo danzante.

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Disegno del Teatro Palladium realizzato da Emma Dante

Disegno del Teatro Palladium realizzato da Emma Dante

Condivido volentieri l’articolo di Graziano Graziani sulla chiusura del Teatro Palladium e l’estromissione di Roma Europa dalla sua gestione, nonostante i risultati altamente positivi raggiunti in dieci anni di attività.

Un altro atto scellerato delle politica nostrana contro l’arte e la cultura.

Di Graziano Graziani – Riflessioni attorno alla “chiusura” del Teatro Palladium

Brina /Givre

Brina /Givre

 

Ho trovato alcune pagine. Sulla mia strada. Pagine di un romanzo. Dei fogli. Erano otto pagine dattiloscritte. Un estratto che l’autore stesso mi ha donato, per caso e, o, per necessità. Ero e sono per lui una sconosciuta. Siamo, l’uno per l’altra, degli sconosciuti. E per questo, ignorando tutto di me, ha scelto e composto, per me, un estratto del suo nuovo romanzo, ancora inedito. E me lo ha donato, perché ero sulla sua strada.

Era dicembre, lo scorso dicembre, ma avrebbe potuto essere dieci anni fa. Ho conservato quelle pagine. Mi ci sono avvicinata piano piano. Le ho guardate, le ho lette, infine, non tutto di un fiato, perché non potevo, non mi era possibile. Le ho percorse poco a poco, per brani, nel corso di alcune settimane, intervallate da assenze. Mi ci sono stropicciata gli occhi. Ho navigato a vista dentro di esse, mi ci sono perduta, a tratti. Ho toccato la superficie, vi ho planato sopra. Otto pagine scritte dattiloscritte che erano come crateri di magma raggelato.

Non posso ricostruire la trama. Non avrebbe neppure senso, in questo caso. Ho conservato tuttavia i nomi di tre dei quattro uomini che lo abitano: Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, lo scomparso, l’assente. Del quarto, l’io narrante, per altre vie, ho saputo l’iniziale, M.

Quando sono arrivata alla fine delle lettura, non ho potuto non scrivere qualche riga. Alcune impressioni. Assolute, perché istintive. Parziali, perché navigano nell’orizzonte di queste poche pagine, non cercando di render conto di niente, di analizzare niente, di provare niente. Intendono essere, se si può parlare di intenzione, solo testimoni di se stesse, e di me stessa, in connessione con le otto pagine.

Adesso, qui, le dico. Le impressioni. Le faccio diventare onda. Le semino sulla strada di qualcun altro.

E rinunciando alla restituzione dell’opera intera – è possibile davvero restituire un romanzo attraverso una critica? -, facendo una bislacca operazione di parzialità, come chi spia da una serratura e non vede che la porzione d’immagine offerta dalla sagoma di vuoto, dimoro tra i frammenti.

Ecco il mio frammento impressionato, di una totalità, il romanzo, che ignoro.

Gli estratti sono accanto a me ed io ho gli occhi pieni di colori.

In fondo c’è il nero – di cui adesso non voglio dire di più – tranne che non è sempre lo stesso, della stessa consistenza. E sopra, in superficie, una superficie ancorata, ci sono i colori, gli altri colori. I bianchi sfumati, dal trasparente del cristallo allo spumoso della neve (amo la parola “givre”, che scivola sui denti arrampicandosi e urtando – ma senza violenza – il palato, e gira in tondo meno dell’italiano “brina”, forêt de givre, foresta di brina), il giallo del deserto, l’arancio, il rosso (io, colpita dal corallo), il mandarino, l’ambra e il grigio – non conosco la ragione, ma non riesco ancora a vedere il colore dell’oceano, che eppure è là, alla distanza di un braccio teso, ma è un orizzonte talmente sommerso dai miraggi, colorati, necessariamente, no? – e poi la densità del porpora…e il (rosa) della tamerice, l’erba brunita, il viola…

Ancora, delle parole geometriche, scolpite, angolose, o rotonde come ciottoli. Parole tridimensionali, sfaccettate, a più facce, piani e strati di materia colorata, e poi la pastosa e tesa materia colorata, dei respiri in colori, puri, che non possono far scomparire il nero, ma deflagrano comunque e tutto, anche il tempo, sommergono.

Ho pensato allora a Mark Rothko.

 

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

 

Gli estratti appartengono al romanzo “Le portique du front de mer”, opera seconda dell’autore francese Manuel Candré (Éditions Joëlle Losfeld). Il romanzo, che trae ispirazione dall’antologia “I segreti di Vermillion Sands” (“Vermilion Sands”, 1971) dello scrittore di fantascienza J.G. Ballard, è uscito in Francia il 16 gennaio 2014.

 

Reading Club

 

Salve,

 

qui di seguito la mia intervista pubblicato su PAC- Paneacquaculture.net ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez, net artists, autori del progetto performativo di lettura e scrittura condivisa Reading Club (Readingclub.fr), incontrati a Parigi, alla Galleria Nazionale del Jeu de Paume, dove erano ospiti dell’esposizione on line Erreur d’Impression, publier à l’ère du numérique con la performance “Avant et Maintenant”, Raymond Queneau.

 Reading club: intervista ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez 

 

Su Emmanuel Guez ed  Annie Abrahams, potete leggere anche le Tweet_interviste in francese, con traduzione in italiano, che ho realizzato con loro:

Esperimenti sul web. Tweet-intervista a Emmanuel Guez

Being Human | Tweet_intervista a Annie Abrahams

Buona lettura!

Photo Credit Yuliya Kravchenko

Photo Credit Yuliya Kravchenko

J’ai trouvé sur mon chemin des pages. Des pages d’un roman. Des feuilles. C’étaient huit pages dactylographiées. Un extrait que l’auteur lui-même m’a offert, par hasard et, ou, par nécessité. J’étais et je suis pour lui une inconnue, nous sommes chacun pour l’autre des inconnus. Et pour cela, en ignorant tout de moi, il a choisi et composé pour moi un extrait de son nouveau roman, encore inédit.  Et il me l’a offert, car j’étais sur son chemin.

C’était en décembre, décembre dernier, mais ça aurait pu être il y a dix ans. Je les ai gardées et je m’en suis approchée doucement. Je les ai regardées, je les ai lues, enfin, pas tout d’un souffle, car je ne pouvais pas. Je les ai parcourues petit à petit, par morceaux, le long de quelques jours, entrecoupées par des absences.  Je m’en suis frotté les yeux. J’ai navigué à vue dedans, je me suis perdue par moments. J’ai touché la surface, j’ai plané au dessus. Huit pages dactylographiées, qui étaient comme des cratères de magma glacé.

Je ne peux retenir le récit, l’intrigue. Il n’y aura même pas de sens, là. Je garde pourtant les noms de trois des quatre hommes qui l’habitent, Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, le disparu, l’absent.

Quand je suis arrivée au bout de ma lecture, enfin, je n’ai pas pu m’empêcher d’écrire quelques lignes. Des impressions. Absolues car elles sont instinctives. Partielles, car elle ne cherchent à rendre compte de rien, à rien analyser, à rien prouver. Sauf d’elles-mêmes, de moi-même, en lien avec ces pages.
Je les dis. Je les fais devenir vague. Je les sème sur les chemins de quelqu’un d’autre.
Et, en renonçant à la restitution de l’œuvre entière – est-il possible en fait restituer en roman par une critique? – je demeure dans les fragments.

Voici mon fragment impressionné, d’une totalité, le roman, que j’ignore.

Les extraits sont à côté de moi et moi j’ai les yeux remplis de couleurs.
Au fond il y a le noir – dont je ne veux maintenant pas dire plus – sauf qu’il n’est pas toujours le même, de la même consistance – et au dessus, dans la surface, une surface pourtant ancrée, il y a les couleurs. Les blancs nuancés, du transparent du cristal au moussé de neige (j’aime le mot givre, car il glisse sur les dents en grippant et percutant – sans violence- le palais, et tourne en ronde moins que l’italien “brina”), le jaune du désert, l’orange, le rouge (moi, frappée par le corail), le mandarine, l’ambre, et le gris – je ne sais pas, mais je n’arrive pas encore à voir la couleur de l’océan, qui est là, mais il est un horizon à la fois submergé par les mirages, colorés – forcément? -, le pourpre…et le (rose du) tamaris, l’herbe brunie, le violet…

Encore, des mots géométriques, sculptés, anguleux, ou ronds comme de petites pierres, des mots tridimensionnels, à plusieurs facettes (et façades et plans), de matière colorée, et aussi de la matière colorée, des souffles en couleurs, pures, qui n’arrivent pas à faire s’effacer le noir, mais qui pourtant éclatent.
J’ai pensé alors à Mark Rothko

Mark Rothko, Ochre and red on red, 1954

Mark Rothko, Ochre and red on red, 1954

Les extraits appartiennent au roman “Le portique du front de mer” de Manuel Candré, chez Éditions Joëlle Losfeld. Parution prévue le 16 janvier.