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Traduzione

Gao Xingjian e Simona Polvani, 2011.

Gao Xingjian e Simona Polvani, Pistoia, 2011.

L’uomo: E tu credi che loro si interessino della tua personalità? 
Il tuo preteso popolo, lo schiacceranno 
fino a ridurlo in poltiglia…
e oltretutto in nome del popolo. 
Te lo ripeto: è con la fuga 
che ci dobbiamo confrontare, 
è il nostro destino, tuo e mio.
 (Mormorando) Il destino dell’uomo è sempre la fuga!
(La Fuga, Gao Xingjian)

Sono lieta di annunciare che la mia traduzione del testo teatrale La Fuga dell’autore cinese Gao Xingjian (Premio Nobel per la letteratura nel 2000), con la regia di Lorenzo Montanini, sarà in scena venerdì 18 settembre al Piccolo Teatro Grassi a Milano, per il festival TRAMEDAUTORE 2015, intitolato La Cina e le sue grandi trasformazioni.

Qui tutte le info sullo spettacolo: http://www.outis.it/la-fuga/

La Fuga è pubblicato da Titivillus (Corrazzano, 2008), in un volume da me curato.

Il testo, che prende spunto dalle vicende tragiche del 4 giugno 1989 in piazza Tienanmen a Pechino, riflette sulla condizione dell’uomo di fronte all’oppressione di un regime dittatoriale, e alla difficile scelta, quando si è realizzata la totale impotenza, tra l’accettare una morte sicura o  scegliere la fuga per la sopravvivenza, alla ricerca della libertà.

Gao Xingjian, perseguitato dal regime comunista, sia ai tempi della Rivoluzione Culturale di Mao Zedong che successivamente, alla fine degli anni ottanta fu accolto come esule in Francia. Nel 1998 ottenne la cittadinanza francese. Anche adesso, nel 2015, la sua opera continua ad essere censurata in Cina.

In questo momento storico segnato dalla violenza e dalla guerra, in Siria come in vari stati dell’Africa, in cui interi popoli fuggono  e si mettono in cammino verso l’Europa per trovare scampo alla persecuzione e alla morte, interpellando le nostre coscienze e la nostra capacità di accoglienza, La fuga è tanto più attuale.

A questo link potrete leggere l’inizio della pièce:

https://simonapolvani.wordpress.com/about/la-fuga-di-gao-xingjian/

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“Fatti non foste a viver come bruti,
 ma per seguir virtute e canoscenza"
(Dante Alighieri, La Divina Commedia, Inferno, Canto XXVI)

J’aime la transmission des savoirs et  j’ai une expérience significative dans l’enseignement  dans le cadre des cours particuliers.

Je vous propose de vous faire découvrir l’Italien, ma langue maternelle grâce à des cours particuliers, ou collectifs.

J’aimerais vous donner les clefs pour pénétrer au cœur de l’Italie et de son patrimoine culturel (artistique, littéraire, théâtral, cinématographique, culinaire (eh oui !), géographique et historique) et ce loin de tout cliché.

Mes cours s’adressent à tous: enfants, élèves de collège et lycée, adultes et ils sont organisés en fonction des exigences et des attentes des élèves. Ils peuvent avoir lieu aussi à distance, en ligne.

Ma méthode d’apprentissage passe par la construction de la connaissance et de la mémoire notamment grâce aux outils de l’imagination, du théâtre. Elle stimule à la confiance en soi et à l’étude consciente. On apprend dans l’épanouissement! Créativité c’est le mot d’ordre.

Je suis également disponible pour vous assister dans vos recherches documentaires italiennes ou pour toute rédaction, correction et traduction de vos documents professionnels.

Pour tout renseignement, n’hésitez pas à me contacter: simona.polvani@gmail.com – 06.29767624.

Au plaisir de voyager ensemble vers l’Italie!

Pour en savoir plus sur moi /

Italienne, originaire de la région de Florence, je vis actuellement à Paris où j’effectue un Doctorat en disciplines artistiques, après un Master en Études Théâtrales et un Master en Philosophie du droit.

Traductrice littéraire du français vers l’Italien, je suis également auteur, critique de théâtre et experte en communication dans le milieu culturel (cinéma, musique, arts visuels, littérature).

Simona Polvani

Senza Titolo, Stefano Frosini, 2013





Tu arrives,  arrives

Une ligne de lumière diaphane

Et me touches

Une main, l’omoplate exposé

Tu viens et tu dissous la cire

À l’oreille aveugle

Impénétrable, j’errais, renfermée

Toute

En bave de soie

Contre, je dis, contre

Impuissante, réfractaire la langue

Au refrain qui décharne

L’aujourd’hui

 

Tu viens et déferles

 Craquèlements incertains de fissures

Cubitus contre malléole

Cils et flagelles à explorer

La pâleur, faire affleurer

La rougeur

Enchantement

A nouveau, je suis

Sur la pierre

Émergeant à la surface

De l’horizon tendu

Apparaître, disparaître

Pétales et feuilles d’ailes déployer

Aller

Encore       aller




Senza Titolo, Stefano Frosini, 2013



 

Simona Polvani

(traduit de l’italien par Camilla Maria Cederna, Ludovico Greco et Simona Polvani)

Photo: Untitled, Stefano Frosini

IL RAGAZZO GIRAFFA

di Christophe Pellet

traduzione di Simona Polvani

 

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

Copertina del volume “Le Garçon Girafe”.

 

Il Ragazzo giraffa (L’Arche Éditeur, 2000), testo con cui Christophe Pellet ha debuttato nella drammaturgia, pubblicato dall’Arche Editeur nel 2000, è una trilogia complessa ed entusiasmante, che dagli anni ottanta all’inizio degli anni duemila coglie alcuni cambiamenti importanti all’interno della nostra società. Da fine osservatore, Christophe Pellet non solo registra alcune evoluzioni nella sua generazione, ma le intuisce e anticipa. L’amore pare cambiare natura. Le coppie e le famiglie sono formate da genitori dello stesso sesso, i sentimenti sono più confusi e ibridi, si pongono le questioni di genere, le donne appaiono forti, gli uomini fragili. Un testo provocatorio ed estremamente attuale, scritto in uno stile che richiama il linguaggio universale del cinema, di cui Pellet, da sceneggiatore e regista cinematografico, è sapiente conoscitore.

Ho tradotto la terza parte della pièce che, intitolata Il Ragazzo giraffa, dà il titolo alla trilogia, nel 2003, per la messa in scena realizzata da Pierpaolo Sepe l’anno successivo a Quartieri dell’Arte- Festival internazionale di teatro. Ne ho completato la traduzione, con la prima parte Ancora un anno per niente e la seconda Dove il dente duole, nel 2009, durante una residenza d’autore-traduttore al Centre National des écritures du spectacle “La Chartreuse” di Villeneuve – lez -Avignon (Francia), con borsa di traduzione dell’Association Beaumarchais/SACD.

Al link qui di seguito il video di una lettura scenica del testo realizzata nel 2013 al Théâtre du Rond Point a Parigi con la regia di Anne Théron.

http://www.dailymotion.com/video/x16t96t_le-garcon-girafe-lecture-publique_creation

 

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

“Das Giraffenkind” (Il ragazzo giraffa), regia di Carlos Manuel.

 

L’inizio della pièce

 

PERSONNAGGI :

 

CLARISSE DELTOUR  

NATHALIE DULLAC

JULIEN MORESTIN

NORMAN REES

JIM MARTENOT

IL RAGAZZO CON L’IMPERMEABILE

L’UOMO DI QUARANTA ANNI

THIERRY PETIT

NILS DULLAC

LUCIE CHASLES

LUCAS NEVEUX

 

LUOGHI:

Prima parte: una cittadina in riva all’oceano:

(negli anni ottanta)

Seconda parte: una capitale europea:

(negli anni novanta)

Terza parte: la cittadina in riva all’oceano

(inizio del ventunesimo secolo)

 

DISTRIBUZIONE DEI RUOLI:

Clarisse Deltour

Nathalie Dullac

Julien Morestin

Norman Rees / Il ragazzo con l’impermeabile / Nils Dullac

Jim Martenot / Lucas

Lucie Chasles

L’uomo di quaranta anni/ Thierry Petit

 

 

PRIMA PARTE 

UN ALTRO ANNO PER NIENTE

Gli anni ottanta

 

1. Un caffè

Musica d’ambiente.

Julien Morestin è a un tavolino, davanti a lui un bicchiere di birra. Non sta facendo niente. Aspetta. È l’unico cliente visibile.

Appare Norman Rees e gli si accomoda accanto.

Entrambi hanno una ventina d’anni. Julien è rosso, Norman biondo.

 

Julien : Che prendi? Io un’altra birra.

Norman : No. Niente birra. Ho bevuto abbastanza ieri sera. (Riflette) Forse…..qualcosa di gassato.

Julien : Allora una coca?

Norman : No. Qualcosa di gassato, ma senza zucchero… Aspetta… (Riflette)

Julien : Un’acqua minerale?

Norman :No. ….Francamente no. Che tristezza. Per di più ho sete. Bene, prendimi una birra: è gassata, è senza zucchero.

Julien : (Fa un cenno) Due birre per favore…..

(Pausa)

Norman : È andata bene la festa di ieri, no? É andata bene, non ti pare?

Julien: Sì. Mi è piaciuta molto.

Norman: Ero ubriaco. Come sono quando sono ubriaco? Per esempio, come ero ieri sera?  Andava, ti pare ?

Julien: Ma sì….Eri normale, insomma.

Norman : Normale? Ma no, visto che ero ubriaco. Mica normale. Com’ero con Clarisse ? Parlavo forte, no?

Julien : No. Come si deve, credo. Non più degli altri.

Appare Nathalie Dullac (la cameriera): una trentina d’anni, bruna. Posa due bicchieri di birra sul tavolo e si ritira. 

Norman : Allora stavo bene? Come esattamente? Com’ero con Clarisse? Parlavo forte. Sono sicuro che parlavo forte. E avevo l’aria da ubriaco?  Francamente?

Julien : (Beve una sorsata) Sei andato a letto con Clarisse?

Norman : (Sorpreso) Ma no. Perché dici così?

Julien : Per niente. (Silenzio) Ho quell’appuntamento tra una mezzora. Ho paura, è stupido. Se ho il posto di lavoro, più problemi di soldi. E un bel po’ di tempo libero. Il paradiso.

(Silenzio)

Norman : Perché mi chiedi se sono andato a letto con Clarisse?

Julien : Non so. Così.

Norman : Che cosa te lo fa pensare? Perché Clarisse ed io così, ora? Hai visto qualcosa ieri sera? Com’ero? Ubriaco? È per questo? Che cosa ho detto? (Riflette) Niente di particolare, me ne ricordo. Parlavo forte, sì. Ma niente di particolare.

Julien : No, niente. Mi chiedo in quanti saremo a presentarci per il posto. Sì, è andata bene la festa di ieri. Proprio quello che mi ci voleva per non pensare troppo a oggi, a adesso. È un bene  che tu sia qui con me, adesso, subito prima. Non bevi la birra?

Norman : No. Ho bevuto troppo ieri. Ero davvero ubriaco, eh?

Julien : (Prende il bicchiere di Norman) Posso bere allora?

Norman : È Clarisse che ti ci ha fatto pensare?

Julien : A cosa? La bevo, allora. (Beve)

Norman : Questa idea che hai: vederci assieme, lei e me.

Julien : No, solo un’idea così. Un’idea passeggera. Nient’altro.

Norman : (Nervoso) Invece no, non è niente. Allora sono io? Che cosa ho fatto….? Non ricordo più. Ero pesante con lei? Appiccicoso? E come sono quando sono ubriaco? Perché pensi che siamo andati a letto assieme? A causa sua? Mia? Di cosa? Di noi due?

Julien : Invece no. Solo per sapere.

Norman : Invece sì. Dimmi: ho parlato? Ho detto delle cose? Parlo forte quando sono ubriaco, eh? Parlo forte, lo so. E la mia voce, com’era? Acuta? Brutta.

Julien : No, no. Come al solito.

Norman: Ho sempre quella voce là? È brutta allora. Vero che è brutta? Non mi piace la mia voce. Un giorno l’ho sentita in una registrazione. Te ne ricordi. Avevi registrato una conversazione durante  una festa. C’eravamo ascoltati, dopo.

Julien: È stato dieci anni fa. La tua voce è cambiata da allora.

Norman: No. È ancora così acuta. E quando sono ubriaco, è peggio. Dimmelo che è peggio, visto che è la verità.

Julien : Non è meglio. Come per tutti. Niente di più. Finisco la tua birra. (Beve) 

Norman : Ero uno schifo, ieri sera, eh?

Julien : (Posa il bicchiere vuoto) Invece no. Stavi bene.

Norman : Ah sì? Stavo bene? Ma cosa? Bene come? Solo bene? Poco fa mi hai detto che ero normale. Non ero normale, visto che stavo bene. Stavo bene come un ubriaco?

Julien : Stavi bene. È tutto.

Norman : È tutto? Allora non così bene. Non ero come al solito, mica normale. È così quando si è ubriachi. La voce cambia, si parla forte. Com’ero io? E con Clarisse? Perché proprio dopo questa festa, questa idea che siamo andati a letto assieme? C’è stato qualcosa? È lei forse? Hai visto qualcosa?

Julien :Che cosa vuoi farmi dire?

Norman : Ma sei tu che vuoi farmi dire. Se sono andato a letto con Clarisse: no, no e no!

Julien : Bene. Benissimo allora.

Norman : Perché benissimo? Sei contento?

Julien : Ma no. Devo andare là. (Si alza)  Mi aspetti? Non durerà molto. Sto bene?

Norman : Sì, va bene.

Julien : Bene. A subito.

(Esce. Norman, immobile, aspetta)

BUIO

 

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SECONDA PARTE

DOVE IL DENTE DUOLE

Gli anni novanta

 

1. Una camera.

Jim Martenot, trenta anni, lunghi capelli bruni, ha in mano una lattina di birra. Clarisse si toglie la giacca. 

 

Clarisse : Non ci sono molti libri a casa tua.

Jim : Sì, guarda, da quella parte…Ce ne sono.

Clarisse : “Jacques il fatalista”, ” Il Tartufo “.”Illusioni perdute”. Sì. (Disincantata) “Illusioni perdute”. Il programma della maturità, insomma.

Jim: (Posa la birra, abbraccia Clarisse) Adoro i tuoi occhi. Adoro la loro indifferenza.

Clarisse: Occhi di cerva o di cerbiatto.

Jim:  Occhi di bambina.

Clarisse:  (Si libera) Quando Julien incrocia lo sguardo di certe donne, pensa agli occhi dei cerbiatti. O a quelli delle cerve.

Jim: È tanto tempo che state insieme?  (Silenzio) Non ha l’aria tanto cattiva per un cacciatore. In ogni caso, stasera, non ha fatto niente per trattenerti.

(Tenta di baciare Clarisse. Lei lo respinge)

Clarisse: Julien, un cacciatore?

Jim: (Recupera la birra, la finisce) Fa la posta. A forza di sparare a vista, finirà per colpire qualcosa.

Clarisse : Non prenderà niente. È come se portasse dentro di sé – forse ancora di più nel chiaroscuro dei suoi occhi grigi -la durezza e la fragilità del vetro. Toccandolo potrei tagliarmi come frantumarlo.

Jim: Capisco. (Passa una mano sotto il pull di Clarisse:) I tuoi seni, mi piacciono anche i tuoi seni, sai. (Solleva il pull di Clarisse) I seni delle ragazze, li mangerei crudi.

Clarisse: (Lo respinge) No, non stasera. (Jim prende un’altra lattina di birra, l’apre, beve, si allunga per terra) Smetti di bere, è quello che ti eccita.

Jim: Vattene.

Clarisse: Mi piacciono le tue braccia, e le tue mani. Anche il tuo viso. E la tua voce.

Jim:  E io adoro i tuoi seni, se lo vuoi sapere. (Disarmato bruscamente, si raddrizza su un gomito: ) Io ti piaccio e tu mi piaci. Cosa allora? È Julien? Da quando state assieme?

Clarisse: È il tuo collo, credo, che mi piace di più.  Con i tuoi capelli lunghi, è difficile giudicare.

Jim: A domani, allora? Vorrai, domani?

Clarisse: Prima che me ne vada, alzati almeno.

(Jim si rialza)

Clarisse: Voltati. (Jim si volta) Tirati su i capelli. (Jim si passa una mano tra i capelli) Più in alto. (Li tira su: appare la nuca) Ora abbassa la testa. (Jim abbassa la testa) Sei docile?

Jim: Posso esserlo. (Cade in ginocchio:) Posso essere anche violento. (Sbatte la fronte sul pavimento) Signore, dammi questa ragazza!

(Pausa)

Clarisse: Preghiera esaudita.

 

BUIO

 

 

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TERZA PARTE

IL RAGAZZO GIRAFFA

Inizio del ventunesimo secolo

 

PRIMA GIORNATA

 

1. Parco di una cittadina in riva al mare

Lucas Neveux, un giovane di una ventina d’anni dai capelli scuri, tagliati molto corti e Lucie Chasles, stessa età, una lunga capigliatura scura, sono abbracciati. Ai piedi di Lucie, una valigia.

Si stringono e si baciano.

Lucas: Come sono gli Inglesi?

Lucie: Le ragazze: non male. I ragazzi, meno bene. Lucas…..(Lei si divincola dall’abbraccio) Hai parlato con Nils? (Lucas abbassa la testa) Non gli hai detto niente. (Silenzio) Sei un vigliacco, ecco tutto.

Lucas: È con te che vuole partire. Tocca a te parlargli.

Lucie: Perché tu non c’entri niente con questa storia, no? È con te che rimango. (Lui si volta) Mi nascondi qualcosa. Dall’inizio. C’è qualcos’altro.

(Silenzio)

Lucas: Sì. C’è qualcos’altro.

BUIO

 

2. Una camera d’hotel.

Arredamento sommario: un letto, un tavolo, un lavabo davanti a uno specchio. Julien Morestin entra. Indossa un paio di occhiali da vista, i suoi capelli rossi sono ora radi. Posa la sua borsa da viaggio sul letto, si dirige verso il lavabo, fa scorrere l’acqua un istante, richiude il rubinetto, si osserva nello specchio.

Poi si siede sul letto, apre la borsa, tira fuori la pianta di una città, la spiega e le dà un rapido sguardo.

BUIO 

 

3. Il parco

Lucas e Lucie sono seduti su una panchina. Posata a terra, la valigia. Lucie tira fuori dalla sua borsa un foulard verde fluorescente e lo annoda ai capelli. 

 

Lucas: Non voglio provocare un dispiacere a Nils. È al di sopra delle mie forze.

Lucie: Tu hai ancora un debole per lui.

Lucas: È stata solo un’esperienza, nient’altro.

Lucie: E da parte sua?

Lucas: Non ne sono sicuro.

Lucie: Non gli hai chiesto niente?

Lucas: Non parliamo di queste cose.

Lucie: Lo fate d’istinto? Come gli animali? (Pausa) È durato a lungo?

Lucas: Diluito nel tempo. In maniera….sporadica.

Lucie: Sporadica?

Lucas: Ma è finita con lui. Adesso ci sei tu. E se non fossi tu, sarebbe un’altra.

Lucie: Grazie, fa sempre piacere sentire certe….

Lucas: Non è quello che voglio dire.

(Silenzio)

Lucie: Il vento si alza. Finalmente. (Lucas con un gesto molto dolce, amoroso, toglie il foulard a Lucie)

 Lucas: Venga. Lo aspetto

(I capelli di Lucie si sciolgono, ondeggiano leggermente nel vento. Lucas la guarda, soggiogato)

BUIO

 

4. La camera d’hotel

Julien, torso nudo, si rade con un rasoio davanti allo specchio. Ha tolto gli occhiali. I suoi gesti sono precisi, lenti. A tratti si osserva con attenzione, sospendendo i gesti. Poi riprende. Quando ha finito, si asciuga il resto della schiuma da barba con un asciugamano, senza togliere lo sguardo dallo specchio.

BUIO

 

5. Il parco

Lucie e Lucas sulla stessa panchina.

Lucie: Tra te e Nils, quando è stata l’ultima volta?

Lucas: È parecchio tempo.

(Lei prende il viso di Lucas tra le mani, lo guarda negli occhi. Lui evita il suo sguardo)

Lucie: Quando? (Silenzio) Lucas, quando?

Lucas: (Tutto di un fiato) Un mese fa….

Lucie: (Demoralizzata) Giusto prima che ci mettessimo assieme tu ed io?

Lucas: (Smarrito) Ma in quel momento anche tu stavi ancora con lui, ricordatelo!

Lucie: È colpa mia allora?

Lucas: Non lo so. Ognuno ci ha messo del suo, ecco. Una cattiva congiunzione.

Lucie: Adesso, capisco perché non osi dirgli niente.

Lucas: Non ne ho la forza.

Lucie: Debolezza. O semplicemente amore.

Lucas: Glielo dirai?

Lucie: (stanca) Ma sì.

(Lei si alza. Lui la prende per la vita. Lei si divincola)

Lucas: Non mi ami più.

Lucie: Ma no….

Lucas: Cosa allora?

Lucie: I ragazzi. Non ci capisco niente. E questo alla fine mi innervosisce.

Lucas: Ma te lo spiego io.

Lucie: Non dire più niente, è meglio. È un disastro.

Lucas: In disastro, c’è “astro”.

(Lei alza le spalle, prende la valigia, annoda il foulard sui capelli)

Lucas: Non mi fare del male, Lucie.

Lucie: Ma no.

Lucas: Baciami, Lucie. Baciami per desiderio, non per consolazione.

(Lei posa la valigia e si lascia baciare. Il suo foulard si snoda portato via dal vento. Lei fa un gesto per riprenderlo. Fatica sprecata. Il gesto resta sospeso nel vuoto)

BUIO

 

6. La camera d’hotel

Julien tira fuori una polo blu dalla borsa, la infila, getta uno sguardo allo specchio, la toglie, fruga dentro la borsa, tira fuori una camicia bianca, la mette e si guarda di nuovo nello specchio.

BUIO

 

7. Una terrazza  a casa di Nathalie Dullac e Clarisse Deltour

Dà su un parco che scende sull’oceano, di cui ci arriva il rumore. Nils è assopito in una poltrona di pelle nera. Clarisse entra, una borsa della spesa in braccio. 

Non è cambiata molto: il suo viso è rimasto sorprendentemente giovane, ma nel suo sguardo predomina un sentimento d’inquietudine. Ha un foulard beige legato attorno ai capelli. Posa la borsa, toglie il foulard, lo lascia scivolare sul viso di Nils, come una carezza. Lui si sveglia. È un giovane di venti anni, dai capelli a mezza lunghezza, rossi e sottili, dalla carnagione molto pallida. Lei gli sorride.

Clarisse: Buongiorno, Nilou. (Le ricambia il sorriso, prende dalla sua tasca un paio di occhiali da vista e se li posa sul naso. Clarisse tira fuori le provviste dalla borsa) Ho riportato delle cose strane che vengono da lontano. Esotiche. Non è possibile neppure immaginare di mangiarla questa, tanto è carina. Delle cosettine leggere.

Nils: Mai leggere quanto me.

Clarisse: Due giorni senza mangiare, direi che bastino. Nathalie mi rimprovererà. (Silenzio) Nils, è necessario. Per farmi piacere

Nils: Per farti piacere? Non pensi piuttosto a Nathalie? Tu hai paura di lei. Hai paura di mia madre. (Pausa) Hai paura che lei ti lasci. Che un giorno non ritorni da uno dei suoi viaggi.

(Clarisse si volta, ferita)

Nils: Perdonami, Clarisse. Ho delle idee cupe.

Clarisse: Ti preparo qualcosa. Per farti perdonare, mangerai un po’. Adesso, mi chiami Clarisse…..Non molto tempo fa ancora io ero “mamma luna”, ricordi?

Nils: Tu rimanevi con me la sera. E la notte, quando ero malato, vegliavi su di me. Mamma era fuori, perduta tra le costellazioni.

Clarisse: Avevi paura la notte. Dicevi: “mezzanotte, è l’ora del crimine….”

Nils: E tu mi rispondevi: “mezzanotte: è anche l’ora dei sogni e delle confessioni…”

Clarisse: E lei, sempre tra due aerei. Una settimana a Tokio, un’altra a New York. (Pausa) Si alza la tempesta. Spero che il suo aereo non subirà un ritardo.

Nils: È un sole, Nathalie. Noi siamo delle figure dell’ombra, della notte.

Clarisse: Non è molto gentile quello che dici.

Nils: Allora perdonami, ancora una volta.

Clarisse: Ancora una volta ti perdono, a una sola condizione: vado a prepararti una zuppa, una buona zuppa di verdure, un zuppa della sera, poiché noi siamo- come dici?- “delle figure dell’ombra”. Ne prenderai un po’? Per Lucie, almeno. È tornata da Londra?

Nils: Oggi.

Clarisse: Hai un brutto aspetto, che cosa penserà? Ti troverà troppo magro. Non è tanto confortevole un ragazzo alto e magro.

Nils: Che cosa ne sai?

Clarisse: Ne ho conosciuto uno. Un tempo.

Nils: Chi era?

(Lei continua a svuotare le provviste, senza rispondergli)

Clarisse: Una zuppa di verdure, semplice. Non vale la pena cercare troppo lontano, in fondo.

Nils: Perché mi parli di quell’uomo? Chi era?

Clarisse: Hai un brutto aspetto. Se fossi la tua ragazza, sarei preoccupata, è tutto. Quell’uomo non ha alcuna importanza.

Nils: Era prima che ti mettessi con mia madre?

(Clarisse guarda Nils a lungo. Uno sguardo strano nel quale tutta l’inquietudine è scomparsa. Al suo posto, qualcosa di indefinito, tra il desiderio e il timore. Gli carezza i capelli, fa scivolare la mano sulla nuca del giovane, poi chiude gli occhi)

Nils: (piano) Non voglio più che mi tocchi.

 

(Clarisse ritira la mano, come si fosse bruciata al contatto con una fiamma)

 

Nils: Sto bene. Lo vedo nei loro occhi. Sto bene.

Clarisse: Nei loro occhi?

Nils: È così che loro mi amano: quando divento trasparente. Allora, non mi fanno più soffrire.

Clarisse: Ma chi?

Nils: Le persone tutt’intorno.

 

BUIO

 

Estratti dal testo inedito Il Ragazzo giraffa, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).
Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

 

Dipinto di /Picture de Amy Judd

Dipinto di /Picture de Amy Judd

Mi sono divertita a leggere una mia breve poesia, Le Bonheur, già pubblicata in questo blog, prima in francese e poi in italiano, e a mescolare i versi nelle due lingue, improvvisando, trascinata dai suoni che si producevano di volta in volta. Condivido volentieri con voi questa registrazione.

En français
Je me suis amusée à lire un de mes poèmes, Le Bonheur, déjà publié dans ce blog, d’abord tout entier dans sa version en français et en italien, et ensuite en mélangeant ses vers dans les deux langues, j’ai improvisé un troisième poème, emportée par les sons qui se sont dégagés. Je partage volontiers avec vous cet enregistrement.

Dedicato a /Dédié à A.

Bras

bouches

dos

cheveux retenus

culs bandés

vêtements retournés

les pas sur-saccadés

les têtes renversées

Ta barbe

 

À reculons seulement j’ai pu parcourir

le périple du château

Plongeant dans l’odeur capiteuse

du jasmin, je me suis égratignée contre

les pierres

L’esprit heureux enfin

de la parole morte –

Retrouvée dans le noir aveuglant

Moi, dans tous tes sens aspirée

Dans les mains, dans tes mains, empêtrée

Je suis anémone de mer algue corail



– Août 2011-

Simona Polvani / traduction en français par Simona Polvani & Ludovico Greco

UN MURO

di Eddy Pallaro

traduzione di Simona Polvani 

 

Cover del testo "Un muro", Lansman
Cover del testo “Un muro”, Lansman

Tra le pièces di Eddy Pallaro, ho scelto di tradurre Un muro, scritta nel 2006 e pubblicata da Lansman l’anno successivo. Ho tradotto il testo tra il 2009 e il 2010, in residenza di traduzione al Centre National des écritures du spectacle La Chartreuse a Villeneuve -lez-Avignon, in Francia, beneficiando di una borsa  dell’Association Beaumarchais/SACD (Francia) e di una Borsa Odyssée assegnata dall’Association des Centres Culturels de Rencontre (Francia).

Guardando alla scrittura di Eddy Pallaro, risalta il lavoro sulla parola. Egli interroga le parole, che scava in modo sottile, facendole giocare e risuonare di plurimi sensi, attraverso loro « semplici » spostamenti e giustapposizioni.
Lo spazio della sua scrittura è il vuoto, il più bel vuoto, dove è l’essenzialità dell’orizzonte, combinato con la purezza della parola a far emergere l’azione. Attraverso di essi Eddy Pallaro costruisce mondi che appaiono essere sempre altrove e astratti, mondi altri rispetto al nostro mondo Terra, che nondimeno sanno contenere situazioni storico-sociali-esistenziali del nostro passato, del nostro presente e forse del nostro futuro e stupirci.

Eddy Pallaro non dice, evoca. Si tratta infatti di testi che provocano l’immaginazione, tanti possibili scene, e orizzonti.

La prima volta che ho letto il suo testo teatrale Cent-vingt-trois, per esempio, ho pensato che ci trovassimo, noi, come i vari ruoli della pièce, nello spazio, su un altro pianeta o su una stella, dopo una catastrofe che aveva distrutto la Terra, in un post-atomic time. Du Cristal (2012), che richiama il recente disastro nucleare in Giappone causato dal terremoto, disarma attraverso la parabola di una modificazione genetica sconosciuta che trasforma il corpo di un bambino in fragile cristallo.

Il mistero, un mistero, un segreto, un enigma, sottile e profondo e mai svelato, permea i suoi testi.

La pièce Un muro si rivolge a un pubblico dai quindici anni in su. I suoi personaggi sono lettere e numeri, di fronte a un muro, che è stato per loro, per i loro padri e antenati, “il muro”, da edificare, su cui riporre speranze, il loro lavoro, il loro orizzonte, il loro limite.
Come si legge sulla quarta di copertina, la pièce è “la storia di un muro, dei muri, reali o immaginari. Divagazioni sui nostri tentativi, sui nostri superamenti, passaggi verso altre età, altri territori, altre condizioni”. Immediatamente, leggendolo, ho pensato al Muro di Berlino, che avevo attraversato a diciassette anni, ma il mondo è piano di muri, così come ognuna delle nostre vite.
Ho tradotto Un muro in italiano. Desideravo fargli varcare le Alpi. Spero che trovi altri, in Italia, che vogliano attraversarlo e provare ad afferrare il suo segreto.

Eddy Pallaro, alla Chartreuse, durante il festival Théâtres du globe
Eddy Pallaro, alla Chartreuse, durante il festival Théâtres du globe


L’inizio della pièce

 

Personaggi

L

 

I


I costruttori (1)

 

1- Chi ha posato la prima pietra? Non lo so. Non so chi potrebbe informarvi

2 – I progetti? Quali progetti? Non ci sono mai stati progetti

1 – Mio padre ci ha lavorato

2 – Nessun bisogno di un progetto, l’ispirazione, è tutto

1 – Mio nonno ci ha lavorato. 2 – L’ispirazione, nient’altro

1 – Penso che qualcuno un giorno ha visto una pietra, ne ha posata un’altra, e così di seguito

2 – Un architetto? Quale architetto?

1 – Ho fatto come gli altri, ho messo una pietra, poi una pietra, poi un’altra pietra. Tutti hanno fatto così, di generazione in generazione

2 – Non c’è mai stato un architetto, non c’era bisogno di un architetto, è roba buona, credetemi

1 – Mi ricordo benissimo della mia prima pietra. Quel giorno ho organizzato una festa. Era la tradizione

2 – Quanto ai materiali, tutto ciò che c’è di più naturale e resistente

1 – Abbiamo decorato il muro. Mai mi è sembrato così bello. La festa non è durata a lungo

2 – Non ce ne sono due uguali

1 – Per quelli che non erano di qui le giornate erano lunghe. Bisognava alzarsi la mattina presto, il ritorno si effettuava la sera tardi. Un bus della società dei cantieri passava a prenderci e ci riportava indietro. Le serate erano brevi, le notti erano buone

2 -Cosa c’è dall’altra parte?

1 – Una notte, delle pietre sono state smontate. Il giorno dopo le abbiamo rimontate

2 – È meglio non cercare di sapere

1 – La notte successiva, erano di nuovo smontate

2 – Una formalità, il muro ha tenuto duro

1 – Le abbiamo rimontate un’altra volta, e così di seguito ogni giorno. Siamo dovuti rimanere sul cantiere giorno e notte perché non si ripetesse

3 – Mio padre ci ha lavorato

1 – Le notti d’inverno, le dita congelavano, facevamo dei fuochi per riscaldarci. Chi perdeva un dito nel fuoco pagava un giro di bevute a tutti

3 – Mio nonno ci ha lavorato

2 – Non conosco nessuno nel raggio di cento chilometri che non sappia dove si trova

3 – Il mio bisnonno ci ha lavorato

2 – Tutti ci sono passati davanti almeno una volta

3 – Il mio bis bisnonno ci ha lavorato

2 – Alla fine di ogni provinciale, di ogni nazionale, di ogni autostrada: il muro

3 – Il mio bis bis bisnonno ci ha lavorato

2 – Il piano di sviluppo del territorio? Le infrastrutture? Tutto è stato pensato in funzione del muro

3 – Il mio bis bis bis bisnonno ci ha lavorato

2 – Lo si vede dalla più alta delle cime. Non so se è vero

4 – Le cave dalle quali si estraevano le pietre si trovano un po’ indietro, ora sono esaurite

3 – C’era un prodotto, già, come si chiamava?

1 – Non si usa più

3 – Come si chiamava?

1 – Fissava bene le pietre

3 – Non fissava tanto bene

1 – Certi sono morti dopo averne inalato troppo

3 – Come si chiama?

1 – La morte arrivava dopo anni di lavoro, morivi quando smettivi di lavorare. Si diceva

1+3 – Il primo che smette di lavorare è un uomo morto

1 – Allora si continuava a lavorare

4 – Non ne ho mai respirato

1 – Non sono mai andato nelle cave

4 – Lavoravo nelle cave

1 – Finita l’estrazione della pietra, le hanno chiuse

4 – La pietra utilizzata era introvabile altrove. Maneggiarla mi piaceva da morire. La pietra era fine e tenera.

1 – Adesso le case crollano a causa delle gallerie

4 – Non ne troveremo mai più di pietre di quella qualità. Erano fuori dal comune

1 – Impossibile entrare nelle gallerie ora, è troppo pericoloso

4 – Il loro trasporto era delicato, le pietre erano delicate

1 – Un giorno, i lavori si sono fermati, era pomeriggio, una parte del muro era crollata

3 – Quello non fissava tanto bene

1 – Tutti erano d’accordo, così non poteva più andare avanti. Tutti erano mobilitati

5 – Mesi che non lavoravo. Avevo posta. Un lettera della società dei cantieri

1 – “Se non vuole lavorare, ce ne sono altri che aspettano, saranno felici di prendere il suo posto”, ecco cosa ci veniva detto

3 – Non capivano, non era questione di soldi

5 – Tremando ho aperto la lettera, ero in miseria, mesi senza lavoro

3 – Erano le pietre delle pietre delle pietre delle pietre delle pietre dei nostri padri

1 – Eravamo attaccati al muro, anche senza essere pagati, non avremmo abbandonato il cantiere. Si trattava delle nostre pietre

5 – Era lavoro. Ero felice come un bambino. Sono andato a letto presto

1 – Non c’eravamo mai mobilizzati tanto

5 – Non ho dormito tutta la notte, ero nervoso, perché il giorno dopo

2 – Una costruzione così, non ne rivedremo tanto presto

5 – Lavoravo

 

 

II

Il muro

 

A, B, C, D davanti al muro

A – Mesi che non avevo visto passare qualcuno

B – Non ce la faccio più

A – Ha preso la rincorsa

B – Basta

A – Ed è passata dall’altra parte

B – Ci vado

A – È ciò che lei diceva

B passa dall’altra parte del muro

C – Ha preso qualcosa?

A – È tutto ciò che lei ha detto

D – Qualcuno la conosce?

A – Non so chi sia

C – Perché è partita ?

A – Non l’avevo mai vista prima

D – Viveva con qualcuno?

A – Di solito li individuo subito, questa volta non mi sono accorto di niente

C – Qualcuno ha domandato sue notizie?

A – Siete i primi

D – Forse ha lasciato un messaggio?

C – Un messaggio che spiegherebbe tutto

A – Nessuno agisce allo stesso modo

D – Da dove cominciano? Cosa fanno? Da cosa li notate?

A – Gli approcci sono diversi a seconda degli individui

C – Vado a vedere se non ha rubato niente

C esce, E entra

E – Qualcuno è passato dall’altra parte?

A – Oggi

D – Vado a verificare se ha lasciato un messaggio

D esce

E – La può descrivere?

A – Correva

E – Ha detto qualcosa?

A – “Non ce la faccio più, basta, ci vado”

E – Non ha lasciato niente?

A – È tutto

E – Ed è passata?

A – È andata tutto a diritto e velocissima

E – Va sempre tutto a diritto e velocissima, ogni volta

A – Non camminiamo tutti allo stesso ritmo

E – Bisogna aspettarsi

A – Non siamo obbligati a camminare assieme

E – Non si sa mai cosa può capitare

Estratto dal testo inedito Il muro di Eddy Pallaro, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

ONISIO FURIOSO

di Laurent Gaudé

traduzione di Simona Polvani

 

 

Cover della pièce "Onysos le furieux " pubblicata in Francia
Cover della pièce “Onysos le furieux ” pubblicata in Francia

Onìsio Furioso (Onysos le furieux) è il secondo testo teatrale di Laurent Gaudé, pubblicato nel 2000 e messo in scena lo stesso anno da Yannis Kokkos.

Un uomo è seduto sulla banchina di una metropolitana, a New York. È vecchio. Vestito di stracci. È Onìsio, uomo e dio. Prende la parola e scioglie il racconto della sua vita. È un’epopea antica. Dalla nascita sui monti Zagros fino alla conquista di Babilonia, dalla fuga in Egitto all’arrivo nella città di Ilio dove decide di morire al fianco dei Troiani racconta una lunga successione di pianti e grida di piacere, lacrime, orge e incendi. In una notte, su una banchina anonima, Oniso l’accattone, dal viso di fango, Oniso l’assetato fa sentire di nuovo la sua voce e ricorda agli uomini che ancora esiste.

Laurent Gaudé inizia con questo monologo teatrale la sua esplorazione del mito, tagliando la carne viva dell’immaginario con parole affilate e impetuose. L’intimo così si scopre, fragile e vivo.

La traduzione ha beneficiato di una borsa di traduzione da parte dell’Association Beaumarchais/SACD (Francia).

Il testo è stato presentato in anteprima italiana in forma di mise en espace per la regia di Giancarlo Cauteruccio, con Fulvio Cauteruccio, Compagnia Krypton, al Teatro Studio di Scandicci il 21 aprile 2012 nell’ambito della rassegna “Face à Face Parole di Francia per scene d’Italia 2012”.

Onysos le furieux, regia di Nicolas Guépin, con Stéphan Meynet
“Onysos le furieux”, regia di Nicolas Guépin, con Stéphan Meynet

 

L’inizio della pièce

Non hai bisogno di un pretesto per venire a sederti accanto a me, sedie sono pubbliche e nessuno può pretendere di aver riservato proprio il posto che desideri tu.
Quindi non romperti la testa per formulare una falsa domanda, e chiedimi una sigaretta o l’ora solo se hai davvero bisogno di fumare o di sapere che ora è.
Siediti.
Ti domandi cosa ci faccia qui, sul binario di questa metro.
I convogli passano senza che io vi salga.
Ogni quattro o cinque minuti, centinaia di persone scendono dai vagoni e io non ne chiamo nessuna, non cerco con gli occhi nessuno.
E tu lo sai poiché mi guardi da tanto tempo.
Il mio viso è nero,
Sono sporco e rugoso.
Ho le labbra secche, così secche che se tutto a un tratto scoppiassi a ridere, si spaccherebbero e probabilmente del sangue sprizzerebbe fuori.
Ti domandi cosa attendo, chi sono.
Lascia che guardi a mia volta da vicino, prendendomi tutto il tempo, cosa può essere il volto di un uomo oggi.
Non aver paura,
Sono solo un vegliardo.
I miei occhi sono fragili per aver scrutato l’oscurità troppo a lungo, e questa strana luce blu del neon che lampeggia mi brucia l’iride.
Lascia che ti contempli, che veda se l’uomo è cambiato.
Non c’è più il fango
E sei pallido,
Così pallido che penserei di poter affondare un dito nella tua guancia e bucarne la superficie. Questa luce elettrica non scurisce la pelle come il sole?
Ora ti preoccupi e ti chiedi cosa possa davvero volere il vecchio…lo so…lo so…non guardarmi così. Vorresti fare una domanda, forse parecchie, ma non puoi.
Il mio volto e la mia voce ti fanno paura?
Ti ripugna la vecchiaia della mia pelle?
Non ti preoccupare, ringiovanirò.
Lascia passare tutta quella gente,
Lascia.
Nessuno fa attenzione a noi.
Ti domandi cosa sono e perché questa voce, che ascolti da qualche minuto e sulle prime era aspra e stridula, adesso ti incanti con una dolcezza che non ti spieghi.
Non ti preoccupare, compagno, ti racconterò tutto.
Finalmente ho trovato la città a cui appartengo.
Prima sono nato, poi ho errato alla ricerca di un posto a mia dimensione e solo adesso l’ho trovato, molto tempo dopo, quasi sul punto di morire.
Ma adesso lo so, e posso dire che sono nato per New York.
Ti racconterò tutto, compagno.
E ascolta bene perché sotto questo fascio di luce azzurrata, stai per sentire la storia di Onìsio furioso.
E dimentica quei grappoli di uomini e donne che si riversano sul binario, quelle orde di annegati
non ci disturberanno.
Onìsio parla.
Non vedi come sono già ringiovanito e quante rughe in meno conta il mio viso?
Sento il corpo che si riscalda, i muscoli sono più sodi,
Potrei denudarmi e vedresti che il mio corpo non è più quello di un vegliardo.
Potrei già quasi atterrarti nella lotta.
Ma prima lasciami parlare e non mi interrompere se le parole mi vengono lentamente, perché non ho parlato da così tanto che le labbra sono anchilosate per le migliaia di anni di silenzio.

CANTO I

Mi è difficile ricordare la mia terra natale.
Perché siamo qui in una città di luci dove i marciapiedi di bitume sono cosparsi di immondizia, di lattine di birra e carte sporche,
Dove gli uomini si accalcano a migliaia, dove le auto dalla mattina alla sera ruggiscono paraurti contro paraurti tra lo stridio di pneumatici impotenti
Quando laggiù, non c’era che un pugno di uomini e donne.
Mi è difficile ricordare quel villaggio perché il tempo è passato.
Ho fatto un sonno di parecchi secoli, una strizzatina di palpebre, appena, e New York è nata.
Tutti questi gran girasoli di vetro sono usciti dalla terra e hanno sprofondato il mio villaggio nel fondo della storia.
Sono nato a Tepe Sarab.
Tepe Sarab, compagno, dove gli uomini vivono in capanne di terra seccata, non più alte di un cavallo.
Sono nato a notte fonda e gli uomini del villaggio hanno dovuto accendere delle fiaccole per andare a vedere la testa di quel pezzettino di carne rossa che ansimando Ino aveva espulso fuori di sé. Ricordo la mia vischiosità mischiata al suo sudore.
Mi ricordo.
La mia memoria risale così lontano e posso ancora parlare delle casette di Tepe Sarab, nascoste tra le asperità dei monti Zagros.
Sono colui che non è nato da una donna.
Certo Ino mi ha tenuto nel ventre e Ino ha spinto perché uscissi tra le sue cosce,
Però mio padre è il signore degli dei e non occorreva una donna perché fossi proiettato nella polvere dei monti Zagros.
Di quelle prime ore, conservo dentro di me il ricordo del viso di Ino, spossata e livida.
Tepe Sarab,
Un piccolo villaggio circondato da muli e corvi.
Qualche capra salta di roccia in roccia e sale su dirupi inaccessibili agli uomini.
Talvolta, una si storce una zampa e rotola nel burrone,
Caduta d’aquila tra lo spavento ovino.
Varie settimane dopo la ritroviamo lacerata dalle rocce, puzza di morte e fa girare i corvi.
Talvolta scoppia una guerra.
Quattro o cinque uomini si armano di pietre e forconi e vanno a distruggere i tuguri del villaggio più vicino.
Chiamano quella una guerra.
Ino, in un’ultima contrazione febbrile, mi ha espulso sotto le stelle dei monti Zagros. C’è stata una grande festa.
A notte fonda, a Tepe Sarab, hanno fatto un rogo.
Gli uomini suonano della musica e le donne danzano.
Ino e Atamante sono ubriachi
La giovane madre si è rimessa.
Il sudore delle contrazioni si è asciugato in fretta.

Sono passate appena due ore, ma lei già non ci pensa più.
Vuole gioire e danzare e Atamante, il padre di carne, vuole bere e urlare.
Il grande falò, in mezzo al villaggio, illumina le facce di un bagliore di follia.
Il ritmo dei tamburi si mescola alle grida delle donne.
Vedo corpi impennarsi e fremere,
Vedo donne urlare di piacere e uomini rotolarsi nella polvere, e la polvere gli si incolla alla pelle tanto sono sudati.
C’è un gruppo di uomini che non danza.
Nessuno sa da dove sono venuti.
Qui non si conoscono.
Ma quelli di Tepe Sarab sono troppo ubriachi per preoccuparsi per quella presenza sconveniente, a notte fonda, nel profondo dei monti Zagros.
Loro non danzano, né bevono.
Non parlano con nessuno e nessuno di loro ha neppure guardato i corpi delle donne ondeggiare dal desiderio.
Forse non sono uomini e forse quelle grazie non li toccano?
Loro guardano il neonato.
Li vedo a qualche passo da me.
Uno di loro si alza e viene a porgermi un balocco di legno.
Devo ridere tra le fasce.
Nessuno vede che un uomo si è alzato e parla al neonato.
Si danza.
Ipnotismo dei tamburi.
Mi circondano adesso, sono cinque, forse sei, non so.
Mi circondano e nella mia infinita piccolezza capisco che non sono di Tepe Sarab, che non sono qui per danzare e bere e che, persino, forse, non sono uomini.
Uno di loro tira fuori un coltello da pastore.
Lo vedo chinarsi su di me e sento la lama aprirmi la gola.
Ma non è finita.
Ridono adesso, mi hanno ucciso.
Sulle fasce che Ino aveva gentilmente disposto attorno al mio corpicino, grandi macchie di sangue disegnano un violento mappamondo.
Non ho gridato, ma hanno fatto bene a cominciare con lo sgozzarmi perché se in seguito avessi potuto cacciare urla di dolore, avrei coperto il chiasso dei tamburi e fatto correre lungo la colonna vertebrale delle donne lunghi brividi di stupore.
Sento ancora le loro mani afferrare i miei arti.
Non sono più grande di un coniglio, ma non so correre.
Mi afferrano e tirano ognuna delle mie estremità.
La carne si squarcia e le ossa si rompono.
Una gamba, un braccio, una gamba, un braccio.
Sono un pezzettino di carne smembrato e sanguinolento.
I miei arti di lattante giacciono a qualche metro dal mio tronco, tra l’erba secca dei monti Zagros. Ma non è finita.
Gli uomini che non erano di Tepe Sarab non avevano danzato, né mangiato né bevuto.
E volevano, compiuto il lavoro, far festa a loro volta.
Allora hanno raccolto i pezzi di carne, li hanno fatti bollire in un paiolo di rame.
Li hanno lasciati cuocere a fuoco lento e ridendo hanno trangugiato lo stufato di neonato.
Sgozzato, squarciato e smembrato, il piccolo Onìsio è nato.
Ma gli imbecilli, nella loro pazzia, si sono dimenticati il cuore.

E a partire dal cuore, mio padre, perché è il signore degli dei, perché ha sentito le grida che non ho cacciato,
Con le sue mani di argilla mi ha fatto rinascere.
Non dormo di notte.
Se chiudo gli occhi, le stelle della notte di Tepe Sarab e i tamburi sincopati all’improvviso ricompaiono.
E le braccia, le gambe, le articolazioni e i muscoli mi tirano da ogni parte e si lacerano ancora.
Non dormo di notte perché ancora non mi sono vendicato degli uomini.
Ho lasciato per sempre Tepe Sarab.
Sono nudo e vivo come una belva, lontano dagli uomini che temo, nell’ombra opprimente delle montagne Zagros.
Ho errato da Behistun a Hamadan, ho errato fino a Tepe Giyan, prendendo in odio quei villaggi dove si danza.
La notte è il mio furore.
Nessuno ancora trema quando viene evocato il mio nome, perché nessuno, ancora, mi ha dato un nome.
Sono il lupo, il leone, l’orso e lo sciacallo.
Mi cimento in ogni ruggito.
Artigli mi spuntano sulla punta delle dita, ho i capelli arruffati.
Imparo a correre, affinché nessun uomo possa mai più afferrarmi.
Imparo a correre di notte tra Hamadan e Tepe Giyan, e le mie caviglie non si storcono mai, in nessuna delle anfrattuosità della roccia.
Vado più lontano della più selvatica delle capre.
Corro giù per i pendii di pietraie nella notte più buia, senza mai cadere, senza mai inciampare.
Sono nudo.
Le felci che attraverso in tromba mi eccitano la pelle con migliaia di piccole incisioni.
Ma questi graffi non intaccano le mie forze né rallentano la corsa.
Imparo a essere furioso e inafferrabile.
Ormai mi chiamo Onìsio ed è questo nome che imporrò agli uomini.
Sono il leone chiomato dei monti Zagros.
Sono nato, nato morto.
Solo, in mezzo alle felci e alle pietre, prendo forza per i miei combattimenti futuri.
Solo, nella notte mesopotamica, caccio i primi ululati di giaguaro che fanno fuggire gli animali e tremare le labbra delle donne.

Estratto dal testo inedito Onìsio Furioso di Laurent Gaudé, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com

Video di presentazione dello spettacolo Onysos le furieux, regia di Fanny Poulain, con Alexandre Loquet (France)

Video dello spettacolo Onysos The Wild,  di Laurent Gaudé, traduzione di Adrian Penketh and Dominique Chevalier, regia di Severine Ruset, con Chris Porter (Inghilterra).

Parte I 

Parte II

 

LA TIGRE BLU DELL’EUFRATE

di Laurent Gaudé

 

traduzione di Simona Polvani

 

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La tigre blu dell’Eufrate è il quinto testo teatrale di Laurent Gaudé.

Pubblicato in Francia nel 2002, è un monologo epico, che coglie le ultime ore di vita di Alessandro Magno, in un faccia a faccia estremo con il dio dei Morti, di cui si appresta a violare il Regno, con la stessa desiderio insaziabile di conquista, che altri non è che il desiderio di conoscere e “sentire”, che ha dominato tutta la sua esistenza. La tigre blu dell’Eufrate, animale dal manto di pietre preziose, è un miraggio da inseguire, la ragione di vita, il senso del mai compiuto.

Laurent Gaudé costruisce così una parabola in cui gli elementi storici attraverso il racconto si trasfigurano in mito.

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La traduzione ha beneficiato di una Borsa di traduzione dell’Ambasciata di Francia.

Il testo è stato presentato in anteprima italiana in lettura scenica a cura di Gloria Paris con Bruno Fleury al Festival Quartieri dell’Arte 2003, e sempre in lettura scenica a cura di Beno Mazzone,  con Gabriele Calindri e André Marcon, nell’ambito della prima edizione della rassegna “Face à Face Parole di Francia per scene d’Italia 2007″, al Teatro Libero di Palermo.

"Le tigre bleu de l'Euphrate", regia di Thierry Roisin, con Frédéric Leidgens, produzione La Comédie de Béthune - Centre dramatique National Nord-Pas de Calais.
“Le tigre bleu de l’Euphrate”, regia di Thierry Roisin, con Frédéric Leidgens, produzione La Comédie de Béthune – Centre dramatique National Nord-Pas de Calais.

 

L’inizio della pièce

 

I

Silenzio.

Cosa avete da battere i piedi così, impazienti, commentando ogni mio gesto, scrutandomi i lineamenti del viso nel più minuto particolare, frugando persino nelle mie feci per leggervi qualche presagio?

Sì, muoio.

Sì, presto sarò atterrato.

Ve lo dico.

Non c’è bisogno di spiare i miei spasmi, di contare la frequenza dei miei accessi di tosse.

Muoio.

E chiedo solo un po’ di silenzio.

Vi sento.

Vi ascolto parlare senza tregua dell’evoluzione della malattia,

E il brusio, che tenue nasce tra le lenzuola del mio letto, senza tregua cresce nei corridoi del palazzo,

Esce dalla porta grande e si riversa come un fiume di fango nei vicoli della città.

È un’ombra enorme che copre il cielo del mio impero.

È un’ombra che dice che il re è malato e sta per morire.

Non avete bisogno di nascondervi per parlarne.

Lo so meglio di chiunque altro.

Muoio di fame, di sete e di desiderio.

Mi sentite, voi tutti che volete conoscere l’esatta natura del mio male,

Voi tutti che scommettete sul numero dei giorni che mi resta da vivere,

Voi che bisbigliate nei corridoi e vegliate sulla mia malattia con la stessa attenzione della nutrice per la carrozzina,

È di fame che sto per morire.

Chi tra voi può capirlo?

Lasciatemi.

Non mi toccate.

Non circondatemi più con le vostre cure,

Non voglio sentire né i vostri unguenti né i vostri mormorii.

Lasciate questa camera.

Che non entri più nessuno.

Che escano, le donne di cui volete circondarmi,

Le serve che assistono il mio corpo malato, che vanno e vengono nelle loro tuniche di lino bianco, a testa bassa, cambiando le lenzuola e pulendo il mio corpo.

Che escano le mie trecentosessantasei spose

Che avete fatto entrare una a una perché mi dicano addio,

Corteo interminabile di labbra carnose e falsa compassione.

Escano,

Le ho fatte mie all’epoca del mio splendore.

Volevo una donna al giorno

Per non vivere mai due volte con lo stesso viso sotto gli occhi.

Ma non sono più quello che ero.

Diteglielo.

Che nessuno venga più a baciarmi la mano.

Che nessuno venga più a tentare su di me nuovi rimedi per darmi sollievo.

Che sia sigillata la porta

Lasciatemi in pace.

Ho un invitato d’eccezione

E voglio essere tutto per lui.

Fuori.

Ho chiuso con il mondo.

Fuori,

Fuori!

Ecco.

Adesso siamo soli, tu ed io.

Guardo la tua ombra che si disegna sul muro,

La tua ombra che cresce.

So che è il volto del dio del basso, che è qui, sul muro bianco del mio palazzo di marmo.

Il volto dei morti nel caldo dell’estate babilonese

Ancora però non riesco a distinguere i tuoi lineamenti.

Non ho paura,

Puoi ingrandirti a tuo piacimento,

Riempire la mia camera intera,

Ti invito.

Sii mio ospite,

Avvicinati,

Avvicinati, so chi sei.

Sto per morire.

Presto starà a te invitarmi nel tuo palazzo.

Mi domanderai il nome dall’alto del tuo trono di quarzo,

Poi, senza dire niente, peserai la mia vita, come hai pesato quella di miliardi d’altri uomini prima di me,

E ciò non durerà né più né meno.

Io non voglio essere giudicato con l’auna della tua bilancia comune.

Io voglio di più.

Vieni,

Avvicinati.

Ti chiedi cosa desideri

E perché parli.

Ti chiedi come mai io ti veda e per quale miracolo tu mi senta.

È la prima volta, non è vero, che senti la voce di un uomo?

E questo ti lascia interdetto.

Ti lasci cullare dalla musica delle mie frasi,

Segui il mio pensiero

E questo dialogo nuovo con un uomo ti spaventa e ti incanta al tempo stesso.

Dall’inizio del mondo, quelli che vengono a te sono muti,

Ombre impaurite che camminano a testa bassa.

Tu le squadri con lo sguardo

e le porti nel Limbo.

Mai nessuno di loro pronunciò una parola.

Però è che da te non venne mai un uomo.

Erano solo cadaveri,

Corpi vuoti nei quali soffiava il vento.

Oggi tu vieni in questa camera per rapirmi come hai rapito tutti gli altri

Ma io ti parlo, tu mi senti

E resti qui, preso dallo spavento.

Non aver paura,

E avvicinati ancora.

Ti vedo male.

Una forma indistinta sui muri bianchi della camera.

Sarò paziente.

Il tuo volto finirà per delinearsi.

Guarda questo piccolo cofanetto d’oro che porto al collo.

È il mio tesoro più prezioso.

Guarda, non contiene nient’altro che poche foglie di piante seccate.

Vedi?

Lo apro davanti a te.

Sottili foglie seccate impilate le une sulle altre.

Ne porto una alle labbra e la mastico piano.

Sono foglie di morte,

Sconosciute ai mortali.

Le ho custodite su di me per tutti questi anni in previsione di questo momento.

Le mastico con lentezza

E questo sapore non ha uguali.

È grazie ad esse che io ti vedo e tu mi senti.

Sono le foglie della via di mezzo.

Le mastico ed è come non essere più vivo del tutto.

Le mastico e affronto ora la mia ultima conquista, il mio ultimo combattimento.

Alessandro è colui che vedrà la morte da vivo.

Ti racconterò ciò che fui

E tu berrai ogni mia parola,

sperando persino che non muoia troppo in fretta.

Sì, Alessandro farà impallidire il dio dei morti,

per lo stupore prima,

per l’estasi poi.

Estratto dal testo inedito La tigre blu dell’Eufrate di Laurent Gaudé, traduzione di Simona Polvani, depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia).

Per ulteriori informazioni o se foste interessati a leggere il testo integrale: simona.polvani@gmail.com