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Recensioni teatro

di SIMONA POLVANI

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I. PROLOGO

AGLIANA 05_09_2021

Non scrivo di televisione né di musica, solitamente. Scrivo di arti performative e di arte contemporanea. Scrivo di performance. E l’atto di scrivere non avviene mai senza aver visto in live un(’)artista e averci condiviso uno spazio d’aria.Il testo che leggerete nasce in assenza di tale spazio e di live. È frutto di una posizione equivoca, quella di una spettatrice televisiva che guarda una performance musicale in una nota kermesse canora italiana, il Festival di Sanremo. Pur consapevole di essere di fronte a uno schermo e a una performance televisivi, da una parte prova a bucarlo, come lo buca l’artista di cui ha deciso di scrivere, dall’altra a trattarla come una performance teatrale live. Come se i miei occhi potessero muoversi davvero su tutti i lati di un palcoscenico, gettarcisi dentro, coglierne ed isolarne i dettagli, e non fosse invece l’occhio della telecamera, inquadrando, a stabilire e imporre il punto di vista, nella logica di una ricerca di effetti che “niente pare davvero far vedere”, almeno secondo la libertà di sguardo della spettatrice teatrale che sono. Si tratta di un esperimento da equilibrista, frutto di un periodo – pare esagerato ancora definirlo epoca – in cui la pandemia del covid-19 ci ha privati dello spazio del respiro comune in ogni ambito e in particolare nel mondo dello spettacolo e dell’arte, condannati a prolungate chiusure. L’urgenza di scriverne, nella procrastinazione di un live diventato impossibile, si è diluita ma non persa. Piegata come un giunco – strategia di sopravvivenza che ho rivaluto –, essa si è radicata nel disegno di un ritratto d’artista, a distanza, anche temporale. Lasciato decantare il diktat dell’attualità, è il caso di dire “chi se ne frega”. Dalla primavera riemerge adesso, en septembre.

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II. IL CORPO

PARIGI 22_04_2021

”È giunto il nostro momento. La nostra stessa fine in questa strana fiaba. La più grande storia raccontata mai. Maschere dissimili recitano per il compimento della stessa grande opera. Tragedia e commedia. Essenza ed esistenza. Intesa e incomprensione. Elementi di un’orchestra troppo grande per essere compresa da comuni mortali. È giunto il nostro momento. Colpevoli, innocenti. Attori, uditori. Santi, peccatori. Tutti insieme sulla stessa strada di stelle. Di fronte alle porte del Paradiso. Tutti con la stessa carne debole. La stessa rosa che ci trafigge il petto. Insieme, inginocchiati davanti al sipario della vita. E così sia. Dio benedica Solo Noi Esseri Umani”

(Achille Lauro, Quinto quadro, Sanremo 2021)

“Ceci n’est pas une pipe” (Questa non è una pipa), scriveva Magritte nel suo celebre dipinto La Trahison des image(1928-29), sotto la raffigurazione di una pipa, creando a prima vista un paradosso, mentre affermava il principio che la rappresentazione pittorica di un oggetto non è l’oggetto stesso.

“Performance teatrali in quattro minuti” e “quadri”, tra arte figurativa e tableau vivant, definisce Achille Lauro le sue quattro esibizioni musicali di Sanremo 2020 e le cinque creazioni – una per ogni sera del festival – che ha realizzato come ospite d’onore per Sanremo 2021.

Di riferimenti al teatro sono disseminate le sue canzoni, dove si incontra persino la parola “teatralità” (brano Come me, album Lauro, 2021). Del resto, il suo romanzo di esordio si intitolava Sono io Amleto (Rizzoli, 2018). Può apparire rischioso avventurarci in questa seppur breve analisi dal punto di vista scenico di performance – nel senso largo di “esibizione”, “spettacolo” – la cui natura prima è incontestabilmente musicale, e che sono concepite all’interno di un festival che è un programma televisivo. 

Tuttavia, questa rivendicazione di genere artistico da parte dell’artista romano, e quindi in un certo senso di sconfinamento del genere, assieme ad alcuni elementi scenici propri delle sue performance, ci sembrano argomenti legittimi per interessarsi alle sue esibizioni anche dal punto di vista teatrale e performativo.

SANREMO 2020, SLIDES DI PERSONAGGI

Che la musica possa essere al centro di performance teatrali, come filo conduttore (trama e personaggio) e non semplicemente come elemento di sottolineatura o generatore di atmosfere, non è una novità. Il riuscitissimo spettacolo MDLSX (2015) dei Motus si snoda nell’esperimento di un Dj/Vj set mirabolante della performer Silvia Calderoni. “Performance-Mostro”, secondo la definizione dai suoi autori, essa si propone come “un inno alla libertà di divenire, al gender b(l)ending, all’essere altro dai confini del corpo, dal colore della pelle, dalla nazionalità imposta, dalla territorialità forzata, dall’appartenenza a una Patria”. Temi e intenti che ritroveremo nelle performance di Achille Lauro, così come l’idea formale della fuoriuscita dai generi, anche artistici. Mentre Silvia Calderoni nel perseguimento di tali visioni introduce in MDLSX la musica come elemento di rottura della performance teatrale, Achille Lauro fa un movimento inverso. Nelle performance musicali sperimenta una ricerca sulla teatralità, cimentandosi in una forma di spettacolo basata sul travestimento. Per quanto in Italia già introdotta quaranta anni fa da Renato Zero, come lo stesso Achille Lauro riconosce, essa rompe con l’esibizione musicale classica nell’ambito del rock-pop.

Per il brano Me ne frego, proposto a Sanremo 2020 in duo con il chitarrista e producer Boss Doms, Achille Lauro, assieme al suo art director Nicolò Cerioni ( e al suo produttore Angelo Calculli), costruisce una performance in cui nella ripetizione pressoché invariata ogni sera della partizione gestuale, evoca, senza recitarli, San Francesco, David Bowie/Ziggy Sturdust (già maestro sublime del glam rock), la Marchesa Luisa Casati Stampa e la regina Elisabetta I Tudor. Si tratta di figure scelte come emblemi di rottura e anticonformismo, funzionali a un discorso sulla libertà e la liberazione dagli stereotipi di genere. Ognuno dei personaggi è rappresentato attraverso un riferimento iconografico e/o gestuale (per esempio la spogliazione del mantello per San Francesco), e incarnato in un costume specifico che agisce come catalizzatore scenico, frutto della collaborazione con lo stilista Alessandro Michele per Gucci. L’iconica Maison italiana ha fatto della fluidità di genere l’ossatura delle sue ultime collezioni, interventi nel mondo dell’arte e scelta di testimonial: Achille Lauro e la stessa Silvia Calderoni, che è protagonista del film in sette episodi Ouverture Of Something That Never Endeddiretto dal regista pluripremiato Gus Van Sant e da Alessandro Michele. I costumi firmati Gucci per le performance di Lauro non sono solo glamour, ma strepitosamente belli. Grazie alla loro strutturazione architettonica e alle scelte cromatiche e materiche, contribuiscono a introdurre una componente plastica nella dimensione scenica, tra pittura e scultura. Mai didascalici, estraendo un motivo simbolico emblematico, lo reinterpretano e attualizzano, in una miscela di passato e presente, segni femminili e maschili. Reinventano un’immagine futura sui generis. Nessun personaggio, nella stratificazione, appare univoco. La trasparenza delle citazioni impedisce inoltre che Achille Lauro in scena sia sempre “solo se stesso”. Come egli dichiara, non si tratta infatti “di interpretare un personaggio, ma di indossarne gli abiti”. Tale assenza di personificazione, riconoscibile, fa sì che il corpo di Lauro e la sua identità restino visibili e presenti oltre il costume. Ne risulta una performance ibrida, per sovrapposizioni, dall’apparenza fluida e magnetica, in cui coesiste il personaggio evocato con la persona – anche in senso di maschera – di Achille Lauro, performer, rock star che indossa l’abito di un’altra figura.

La presenza di Boss Doms, partner in crime di Lauro, diventa il fulcro del discorso sui generi. Il bacio che con un gesto finanche rapace, l’artista sera dopo sera imprime sulla bocca di Boss Doms, oltre a concretizzare la manifestazione di un desiderio omosessuale sul palco sanremese, costituisce un rituale di smarcamento rispetto ad assegnazioni definite di genere sessuale, tanto più nel rifiuto categorico di Lauro di identificarsi in un orientamento sessuale definito come etero o omossessuale o nell’identità binaria.

SANREMO 2021, TABLEAUX VIVANTS 

Per Sanremo 2021, il dispositivo si struttura attorno a una costruzione scenico-drammaturgica che intende acquisire maggiore complessità. Innanzi tutto, non si tratta più di “indossare” un personaggio diverso per lo stesso brano musicale, ma di costruire cinque tableaux vivants per altrettanti pezzi rappresentativi dei generi musicali del glam rock, del rock & roll, del pop, del punk, attraverso canzoni del repertorio dello stesso Lauro: Solo noi per il glam rock; Bam Bam Twist per il rock & roll, Penelope per il pop, Me ne frego per il punk, ed infine C’est la vie come omaggio alla atmosfere orchestrali che appassionano Lauro. La finalità è cogliere “l’essenza” di tali generi, ricorrendo a una costruzione allegorica. Per realizzarla, Achille Lauro, accompagnato ancora da Nicolò Cerioni, ricorre alla produzione, combinazione e sovrapposizione di immagini, che sono a loro volta il prodotto di un procedimento citazionale, da sempre la sua cifra poietica ed estetica anche nelle creazioni musicali. 

La visione allegorica, per quanto trovi in Lauro il suo centro, non è più solo “indossata” da lui, attraverso i costumi, alcuni particolarmente sorprendenti, creati ancora da Alessandro Michele/Gucci. Essa è condivisa e disseminata tra gli artisti ospiti invitati a recitare, danzare, cantare, suonare nei quadri: Monica Guerritore, Claudio Santamaria e Francesca Barra, Emma Marrone, Fiorello, Boss Doms, il danzatore Giacomo Castellana. Figure reali del panorama musicale o fittizie della mitologia greca, spezzoni di film, opere dell’arte classica e contemporanea, simboli della religione cristiana, si iscrivono e sono portati, quindi, anche con verve ironica e a tratti iconoclasta, dai corpi di Lauro e degli altri artisti protagonisti. 

Senza voler ripercorrere i tanti giochi di rimandi presenti nei vari quadri, ci limitiamo a fornire alcuni elementi che permettano di considerare la pluralità di riferimenti e suggestioni che si intrecciano e stratificano nelle varie performance. Nel primo quadro, con una chioma azzurra sfrangiata, Achille Lauro rende omaggio al glam rock, indossando un costume da angelo combattente e Cupido. È una evocazione inequivocabile del personaggio del cantante Brian Slate, già ispirato a David Bowie, interpretato dall’etereo Jonathan Rhys Meyers, nel film capolavoro Velvet Goldmine (1998), che proprio del glam rock traccia la storia.Nel quadro dedicato al pop, Monica Guerritore recita un breve intenso monologo ispirato al mito di Penelope, rivisto in chiave femminista. Tutta la scena risulta ispirata all’epoca classica. All’interno di una scenografia di colonne antiche e alberi dorati, Lauro con peplo e corona d’alloro, interamente dipinto d’oro, in piedi su una stele, statuario e fragile a un tempo, duetta con Emma Marrone, anche lei tutta in oro. La coppia Claudio Santamaria e Francesca Barra mima Vincent Vega/John Travolta e Mia Wallace/Uma Thurman nel celebre twist del film Pulp Fiction, per il quadro sul rock & roll, mentre Lauro si cimenta nella citazione di Mina. Ispirandosi a una serie di foto della cantante, realizzate negli anni ’80 da Mario Balletti, ne riproduce trucco e acconciatura, giocando con una diavolesca lunghissima treccia rossa. Per il quadro sul punk di Me ne frego, Achille Lauro ritrova Boss Doms. In versione sposa, il primo, fluttua in un candido abito–nuvola di piume di struzzo e organze, imbracciando la bandiera italiana, come una nouvelle Liberté guidant le peuple di Delacroix. In tailleur bianco e ornato di velo nuziale, Boss Doms riceve il suo bacio, come a Sanremo 2020, a suggellare il connubio. La performance si vuole però anche omaggio a Sid Vicius dei Sex Pistols nella sua caustica interpretazione di My Way

Per quanto si ricorra certo ad alcuni processi di teatralizzazione, questa – ed è ciò che risulta interessante – non risulta mai completa, perché la maschera e i ruoli che Achille Lauro di volta in volta “recita” appaiono solo come una delle tante sfaccettature cangianti del suo corpo, al contempo impacciato, enigmatico, fragile e guerriero, e del suo volto imprendibile. Risalta l’energia pulsionale, che attraversa le interpretazioni. A volte incanalata in un’immobilità apparente, altre debordante in cascate, scivolate e rotolate a terra repentine, a cui ci hanno abituato molte star del rock e punk, appare in una partitura di gesti probabilmente prestabiliti, ma che non si organizzano in una coreografia millimetrata, lasciando spazio a un margine vitale di improvvisazione.

Dal punto di vista della composizione, ogni quadro è completato da un’opera video, in bianco e nero, che attraverso un processo di dissociazione, cristallizza come icona un momento della performance live di Achille Lauro, mentre la voce recita in sottofondo testi poetici, impregnati di immaginario teatrale. Definiti “lettere”, in forma di appello e preghiera rivolti al mondo come a un ipotetico Dio creatore dell’umanità, essi rappresentano i manifesti esistenziali e politici dei quadri.

L’iconografia religiosa cristiana, da sovvertire, attraversa le performance e segna anche i momenti di incursione dell’artista nel territorio della body art, di cui alcune pratiche di mutilazione sono ricreate fittiziamente a uso drammatico e spettacolare. Nel primo quadro, le lacrime di sangue grondanti sul viso dell’artista rimandano immediatamente alla lacrimazione della Madonnina di Civitavecchia – come Achille Lauro riconosce. Altri riferimenti ci paiono suggestivi. Ancora nel mondo del pop-rock, il sanguinamento portato in scena da Lady Gaga (MTV 2009). In quello della body art, in particolare di area romana – la stessa in cui Achille Lauro si è formato – un precedente pare costituito dalla performance Human Installations III (2009) di Kyrahm, in cui l’artista stilla dalle palpebre vero sangue. Nell’ultimo quadro, con la sua interpretazione suggestiva della canzone C’est la vie, Lauro si presenta con il petto trafitto come un ex voto da tre rose rosse e si offre agli insulti in sottofondo dei suoi haters. Il richiamo all’iconografia della Vergine addolorata, rappresentata con una rosa in petto e la spada, e insieme a gran parte della storia della body art, appare evidente. Ma anche in questo caso non si tratta che di una citazione. Mentre nella body art le mutilazioni e sofferenze che gli artisti si infliggono sono infatti reali, nel caso delle performance di Achille Lauro, si tratta di finzione scenica, creata grazie ai magistrali interventi di Andrea Lanza, esperto di special make-up per il cinema. Si realizza un “come se” – ciò che secondo Richard Schechner costituisce la differenza tra teatro e performance –, producendo sì un effetto spettacolare, ma riducendo in parte la portata dell’evento. Nel trompe l’oeil, la realtà risulta così una finzione, artificio.

PERFORMARE IL GENERE

Come per le performance a Sanremo 2020, anche per quelle di Sanremo 2021, ogni rappresentazione vale per sé, ma acquisisce senso come gesto e come visione unitaria. Non tutti i tableaux sono apparsi convincenti, dal punto di vista del dispositivo drammaturgico e dei suoi snodi. Debolezze risultano nella gestione della compresenza di situazioni sceniche di diversa natura (canto/danza/recitazione), anche a causa dei limiti di un palcoscenico, come quello sanremese, troppo ingombrante e connotato scenograficamente, che sarebbe arduo se non impossibile far diventare neutro. La stessa regia televisiva a volte è risultata inadeguata. 

Resta tuttavia il valore performativo dell’esperienza proposta da Lauro. Il discorso sui generi musicali si è rivelato ancora funzionale ad affrontare le questioni di genere. Fotografando la condizione storico-sociale dell’emergenza e dell’affermarsi di un genere di musica, come atto rivoluzionario rispetto a uno status quo, e denunciando la natura dei pregiudizi di varia natura (sesso, razza, condizione sociale…), i quadri invocano e incitano alla liberazione, verso la realizzazione di un’identità anarchica, autarchica e autonoma, indipendentemente dai valori imposti dalla cultura dominante e patriarcale. Per costruire tale discorso su genere e identità, Lauro dispiega un immaginario “di sintesi” proprio, risultato della rielaborazione e dall’assemblaggio di esperienze umane ed artistiche varie, – nella combinazione di un dispositivo musicale-teatrale-performativo, di live e video. Il suo corpo rimane performativo, nella porosità di presenza reale e costanti ricerche di artificio e metamorfosi, portatore di domande anche quando invece la sua voce nelle “lettere” parrebbe formulare affermazioni e dare risposte.

Se la performatività attiene, come tra gli altri lo stesso Schechner e Judith Butler sostengono, alla ricerca e alla costruzione di identità attraverso un processo di ripetizione di comportamenti, nel loro tentativo di decostruzione di regole e ruoli sociali costrittivi e nella sommatoria delle ripetizioni che propongono, le performance di Achille Lauro contribuiscono a performare la realtà e le identità, ossia in un certo senso, a ri-costruirle, rendendole più effettive secondo una visione propria. Come gesto politico di autodeterminazione, “essere genericamente niente”, come Achille Lauro sostiene, può rappresentare allora la porta di accesso a un paradiso di spazi di autenticità sconfinati. 

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III. ELEVATIONS

PARIGI 20_06_2020

 

Negli Airpodes in loop una scia di brani di Achille Lauro, riflettendo a un’intervista che vorresti fare. 

È la vigilia del solstizio d’estate. Da quando la pandemia ha avuto inizio, il corpo tenuto lontano persino dall’aria. Passi esplodono nel disegno di una personale mappatura di Parigi, che ritracci ora, da mesi di assenza. Les Tuileries sono un terreno di gioco, levitazione dell’essere aspirato dalla luce in diagonale. Gioco di riflessi. Presenza in trasparenza. La parte in ombra. L’impronta. 

Il nuovo numero della rivista HYSTRIO – trimestrale di teatro e spettacolo, propone nel numero 3-2020 di luglio-settembre il dossier TEATRO DELLE MIGRAZIONI, curato da Giuseppe Montemagno e Roberto Rizzente.

Al suo interno, trovate il mio articolo Francia: dalla banlieue con furore contro tutte le frontiere del mondo, in cui tratto la questione del teatro delle migrazioni dal punto di vista delle scena francesi, con una panoramica sulle drammaturgie e gli spettacoli di Thierry Thieû Niang, Aziz Chouaki, Sèdjro Giovanni Houansou, Nasser Djemaï, Karima El Kharraze, Penda Diouf, Marine Bachelot Nguyen, Ahmed Madani, Wajdi Mouawad.

Uno sguardo alle azioni portate avanti da realtà culturali quali L’Atelier des artistes en exil, il Festival Visions d’exil, il Théâtre Cinéma de Choisy-le-Roi, Les Scènes Appartagées, Jeunes textes en liberté, il Musée national de l’histoire de l’immigration testimonia della pluralità di prospettive artistiche, sociali e politiche da cui sono affrontati i fenomeni migratori e le peculiari problematiche connesse nel teatro francese.

Potete acquistare la rivista in versione cartacea nelle edicole e libreria in tutta Italia oppure anche in versione digitale (solo 5 euro) a questo link:

https://www.hystrio.it/numero/numero-3-di-luglio-settembre-2020/

A presto!

©Simona Polvani 2020

Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

Masaki Iwana, Festival “En chair et en son”. Photo Patrice Pairault

La mia recensione su PAC-Paneacqua Culture della performance di di danza butō di Masaki Iwana, sulla musica di Denis Dufour, al festival En chair et en son, al Cube / Centre de création numérique di Issy-les-Moulineaux (Francia).

Sorgente: Masaki Iwana: il danzatore danzato dal butō

A questo link è possibile ascoltare la musica sciamanica dell’opera Musiques utopiques di Denis Dufour su cui ha danzato Masaki Iwana:

https://soundcloud.com/opus-53/denis-dufour-ph-27-80-musiques-utopiques

Salve!

Mi piace iniziare il 2015 con la condivisione di un bellissimo “documento” video, l’intervista realizzata da Andrea Porcheddu a Romeo Castellucci in occasione dell’assegnazione al regista del Leone d’oro alla carriera durante la Biennale Teatro 2013.

Un pozzo di immagini, di riflessioni sul teatro e l’arte, attraverso la poesia come azione, la ricerca di bellezza, il rapporto alla parola, gli animali, lo spettatore e il palcoscenico ultimo, l’attore….

Buona visione!

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Bonjour!

J’aime beaucoup commencer le 2015 par le partage de ce très beau “document” vidéo, l’entretien réalisé par  Andrea Porcheddu avec Romeo Castellucci, à l’occasion de la remise du Leone d’Oro à la carrière au metteur en scène italien pendant la Biennale Teatro 2013.

Un puis d’images, des réflexions  autour du théâtre et de l’art, par la poésie en tant qu’action, la recherche de beauté, le rapport à la parole, les animaux, le spectateur et le dernier plateau, l’acteur..

SIMONA POLVANI – venerdì 18 luglio, ore 17.46

Una domanda è ciò che attendo da ogni spettacolo. Solitamente, alla domanda cerco di portare una risposta, e lo faccio con una recensione o uno studio più approfondito, chiamasi saggio. 

Ho deciso di raccogliere qui le domande sollevate da alcuni spettacoli.

 

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Motus
CALIBAN CANNIBAL

2011>2068 AnimalePolitico Project

una performance di Enrico Casagrande e Daniela Nicolò

con Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief (Dalì)

http://www.motusonline.com/it/notizie/1

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visto a Santarcangelo Festival 2014, il 17 luglio

 

 

 

Dov’è il corpo del performer?

Due schermi a lato di una tenda. Due immagini, due persone dormono. Due performer, Silvia Calderoni e Mohamed Ali Ltaief, Dalì, artista visivo tunisino, che ha partecipato alla rivoluzione dei gelsomini.

I due dormienti sono nella tenda? O sono solo sullo schermo? E le immagini sono in live, oppure sono state preregistrate? Sono le stesse, quelle proiettate? No, non solo le stesse.

Se non sono le stesse, una delle due si riferisce a quanto avviene dentro la tenda?

E l’altra? E se sì, quale, quella proiettata sullo schermo di sinistra o di destra?

Lei si presenta come Ariel, lui, è Dalì, nella performance così come nella realtà, ma Ariel vorrebbe che fosse Caliban.

La finzione si unisce alla realtà e cerca di plasmarla? Come ci si abbandona al gioco di finzione, all’immaginario dell’altro? La realtà collide con la finzione? Il teatro entra nella realtà e la cannibalizza? Cosa diventa una realtà che rimane se stessa accanto a una narrazione? E può davvero rimanere se stessa?

Dov’è la realtà del corpo del performer? Dov’è la realtà del corpo pixellato o nascosto, riprodotto dal video live o differito, del performer?

Il corpo è solo assente o è presente? Come si configura la presenza del corpo sottratto allo sguardo? E di quello riprodotto solo in video?

Il corpo è poetico perché astratto dalla sua presenza fisica? Oppure è poetico nel momento in cui ricoperto di pagliuzze dorate trema e vibra di fronte a noi nella sua presenza e materialità fisica?

Lo stupore dell’artificio lo fa brillare. Come la poesia scardina e reinventa il linguaggio, le pagliuzze inattese, la vibrazione, scardinano la rappresentazione della quotidianità del corpo. è poetico? Sì, è poetico.

La poesia è nella smaterializzazione, sottrazione, astrazione?

Può parlare di rivoluzione solo chi vi ha ha preso parte? E se chi vi ha preso parte non vuole più parlarne, chi può farlo al suo posto? Come essere testimoni senza esserlo stati? Come raccontare una rivoluzione astraendosi da essa?

Una rivoluzione poetica può essere politica? Come e se conciliare poetica e politica?

Qual è la specificità del punto di vista del nomade? In che modo il nomade è un resistente?

Un corpo in movimento, che attraversa confini, li ridisegna, si marginalizza, compie un gesto politico e poetico? La poesia del nomadismo, in una società stanziale.

Nella tenda, Ariel e Dalì mangiano assieme i fiori del crisantemo rosa.

Solo una relazione intima è politica e poetica e supera i limiti e i confini, ridisegna territori?

L’incontro tra due lingue può far leggere il mondo in una nuova prospettiva? E può cambiarlo, spostandone il senso? Ariel e Dalì comunicano con una lingua crasi dell’italiano e del francese. La realtà e la réalité generano “realità”. È il luogo della via di fuga e della poesia?

I due volti in primo piano sui due schermi entrano nella finzione della performance, riportando il tempo al qui e ora, al caldo della tenda sotto lo spazio dell’Hangar Bornaccino, a Silvia e a Dalì, con le loro biografie, che si guardano, da uno schermo, e si prendono cura l’uno dell’altro, in questa ulteriore tappa di viaggio, prima di smontare la tenda e uscire di scena, come si esce da una porta, per andare altrove e riprendere il percorso.

Nomadi. Senza finzione.

Motus - Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari www.gmencari.com

Motus – Caliban Cannibal | 2014 © Guido Mencari http://www.gmencari.com

 

Reading Club

 

Salve,

 

qui di seguito la mia intervista pubblicato su PAC- Paneacquaculture.net ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez, net artists, autori del progetto performativo di lettura e scrittura condivisa Reading Club (Readingclub.fr), incontrati a Parigi, alla Galleria Nazionale del Jeu de Paume, dove erano ospiti dell’esposizione on line Erreur d’Impression, publier à l’ère du numérique con la performance “Avant et Maintenant”, Raymond Queneau.

 Reading club: intervista ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez 

 

Su Emmanuel Guez ed  Annie Abrahams, potete leggere anche le Tweet_interviste in francese, con traduzione in italiano, che ho realizzato con loro:

Esperimenti sul web. Tweet-intervista a Emmanuel Guez

Being Human | Tweet_intervista a Annie Abrahams

Buona lettura!

Salve,

al link qui sotto un mio articolo uscito su Paneacquaculture.net, magazine di arte e culture.

Buona lettura!

Reading Club: cultura digitale a Parigi fra spettacolo e lettura.

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Cover Hystrio, numero luglio-settembre

Cover Hystrio, numero luglio-settembre

Il terzo numero della rivista trimestrale Hystrio, luglio-settembre, dedica il dossier, luogo monografico di approfondimento, al binomio teatro e pubblico, tema non solo connaturale al teatro, ma nevralgico in tempi di crisi e di mutamento del sistema teatrale, anche per l’irrompere dei social media, come quelli che stiamo attraversando.

Ho partecipato al dossier attraverso un breve contributo sul pubblico nei teatri a Parigi, realizzato anche a partire dell’intervista con Daniel Urrutiaguer, docente di Socio-economia dello spettacolo dal vivo presso l’Istituto di Studi Teatrali dell’Università Sorbonne Nouvelle-Paris 3. Ho curato inoltre la traduzione dell’intervista di Roberto Rizzente all’antropologo francese Marc Augé, che apre il dossier.

Confinato per secoli nel buio e nel silenzio della platea, lo spettatore ha saputo conquistarsi, negli ultimi anni, un ruolo di primo piano nell’economia del sistema-teatro nazionale. Condizionando da vicino le politiche degli operatori e irrompendo nella creazione, programmazione, messinscena e critica degli spettacoli, anche grazie alle nuove opportunità offerte dal web. Conoscere da vicino il fenomeno è, per molti teatri, un modo per uscire dalla crisi e superare l’indifferenza della politica. Come chiede l’Europa (a cura di Maddalena Giovannelli e Roberto Rizzente, con interventi di Giuseppe Liotta, Andrea Perini, Giulia Capodieci, Fabrizio Maria Arosio, Giovanni Sabelli Fioretti, Mario Bianchi, Graziano Graziani, Oliviero Ponte Di Pino, Diego Vincenti, Francesca Serrazanetti, Roberto Canziani, Renzo Francabandera, Andrea Nanni, Cristina Valenti, Giuseppe Montemagno, Domenico Rigotti, Claudia Cannella, Simona Polvani, Maggie Rose, Elena Basteri, Davide Carnevali, Fausto Malcovati e Simone Pacini).

Apre il numero l’ampio reportage sul Premio Hystrio 2013, con le notizie su vincitori, segnalati, big e giovani, la cronaca, le motivazioni e le foto dei partecipanti. A seguire, una galleria di ritratti racconta Ute Lemper, Davide Iodice e il “giovane mattatore” Fabrizio Gifuni (di Roberto Canziani, Andrea Porcheddu e Fausto Malcovati).

Le corrispondenze dall’estero toccano Parigi, Berlino, Cluj, Edimburgo, Caracas e alcune città europee raggiunte da un singolare bus-tour teatrale organizzato dalla European Theatre Convention (di Giuseppe Montemagno, Elena Basteri, Laura Caretti, Maggie Rose, Franco Ungaro e Gherardo Vitali Rosati). A seguire, un focus sul teatro ragazzi in Puglia (di Nicola Viesti). Completano il numero le consuete rubriche sulle recensioni di teatro, danza e lirica, le novità editoriali (a cura di Albarosa Camaldo) e il notiziario (a cura di Roberto Rizzente). Infine, il testo Incantati di Marco Martinelli.

La copertina e l’immagine di apertura del dossier sono state appositamente realizzate per Hystrio da  Giacomo Veronesi.

Hystrio si trova in vendita nelle librerie specializzate, universitarie e Feltrinelli (per i punti vendita consultare il sito www.hystrio.it).

di SIMONA POLVANI – martedì 26 giugno 2012, ore 16.30

locandina Impatience

Ci sono titoli suggestivi e Impatience (Impazienza), coniato da Olivier Py per il proprio festival parigino dedicato alle compagnie giovani riesce sicuramente a cogliere quella urgenza giovanile di essere che è alla base di ogni atto creativo.
La quarta edizione del festival organizzata dallOdéon-Théâtre de l’Europe, dal Centquatre e da Télérama, in collaborazione con France Inter è andata in scena dal 9 al 14 maggio in tre  spazi teatrali situati in altrettanti quartieri di Parigi, a disegnare un triangolo ideale che ha unito il molto classico teatro all’italiana dell’Odéon-Théatre de l’Europe nel Quartier Latin, col moderno Atelier Berthier, periferia nord-ovest della città – nella sua vita passata vecchio magazzino per scenografie- e col Centquatre, periferia nord-est, caso estremo di riconversione, trasformato da sede del Servizio Comunale di Pompe Funebri (1905 -1998) in affascinante e smisurato centro culturale multidisciplinare. Un triangolo ideale con un obiettivo programmatico molto concreto: riuscire a coinvolgere pubblici tra loro lontani, geograficamente e socialmente.
Il programma articolato in sei spettacoli – per ognuno dalle due alle quattro repliche -, tutte creazioni compiute e non primi o secondi studi, scelta precisa e condivisibile del festival, ha offerto un’istantanea sulla creazione contemporanea di compagnie emergenti made in Francia, Belgio e Germania. Dalla visione d’insieme è emersa da una parte la varietà delle attrazioni verso temi e nuove forme di messa in scena, dall’altra la presenza di alcuni elementi ricorrenti, tra i quali la costruzione drammaturgica per frammenti; il tentativo di inglobare sempre più il pubblico nello spettacolo, interpellandolo in modo frontale con la modalità del racconto o del dialogo, vero o fittizio che sia, la polifonia dei linguaggi, una diffusa performatività attoriale.
A differenza di molti festival teatrali, Impatience è anche un concorso: in palio l’assegnazione del Premio Odéon-Télérama-Centquatre per il migliore spettacolo, conferito da una giuria di personalità del mondo teatrale, e il Premio del Pubblico, assegnato dagli spettatori che abbiano potuto assistere a tutti gli spettacoli.
Entrando nel merito dei singoli spettacoli, iniziamo proprio con il vincitore del festival. Critica e pubblico si sono trovati unanimi nell’assegnare entrambi i premi a Le signal du Promeneur, del belga Raoul Collectif, andato in scena all’Atelier Berthier. Promeneur: è attraverso l’azione del camminare in solitudine  che si raggiunge, secondo Rousseau, quel pensiero liberato che permette di cercare se stessi. Cinque sono i talentuosi performer del Raoul Collectif che danno vita ad altrettanti promeneurs realmente esistiti: il mitomane e familicida Jean-Claude Romand, Frizt Zorn autore del romanzo Marte, Christopher Mc Candless, la cui storia è nota ai più grazie al film Into the Wild, uno scienziato, con cui il Collectif è in contatto, che da ben trentadue anni sta cercando nelle foreste del Messico un esemplare vivo di pterodattilo e Mike Horn, avventuriero dei nostri tempi, con i suoi 40.000 km percorsi dall’Equatore verso l’Oceano Pacifico. Le loro biografie distillate diventano la materia organica intorno a cui si sviluppa la drammaturgia, in una narrazione non lineare in cui si passa senza soluzione di continuità e attraverso gli espedienti più improbabili e surreali, ma sempre nell’economia di uno spazio ampiamente svuotato, nell’uso di elementi scenici come allusioni e citazioni, da un personaggio all’altro, da un paesaggio all’altro, immersi nella natura profonda, chiusi in una cameretta angusta, come nell’ufficialità pomposa di un’aula di tribunale. La parola sempre politica e in qualche modo eversiva, disarmante, allarmante, ecologica è sostenuta e dissacrata dal canto, spesso a cappella e dall’uso di strumenti musicali, integrati in un meccanismo ritmato di azioni sceniche rocambolesche, dal gesto umoristicamente enfatico, che mettono in rilievo i talenti del collettivo. Forse alcuni passaggi non sono ancora del tutto risolti, ma il Raoul Collectif è già una potenzialità espressa.
Sempre nel parallelepipedo nudo e nero dell’Atelier Berthier è andato in scena Invasion!, dell’autore svedese Jonas Hossen Khemiri, regia di Antù Romero Nunes per il Thalia Theater di Amburgo. La ficcante pièce di Khemiri è un congegno drammaturgico audace, polifonico, parossistico. Attraverso l’inseguimento della parola Abulkasem, che passando di bocca in bocca muta, alimenta fantasie fino ad incarnarsi in un leggendario e potente terrorista arabo, la pièce mette in luce parodisticamente il meccanismo di generazione dei luoghi comuni e del pregiudizio. Nonostante alcuni snodi rischino un’eccessiva casualità, la fluidità della recitazione di scuola tedesca, il dispositivo narrativo, l’uso originale di alcuni oggetti, da una macchina del vento alle maschere, intermezzi musicali-danzati su una colonna sonora che va dagli Abba a creazioni elettroniche, conferiscono allo spettacolo una vivacità e freschezza originali.
Il Collectif De Quark ci offre la soddisfazione di vedere in scena al Teatro 6 del Centquatre La festa di Spiro Scimone (La fête in francese), che allude all’anniversario per i trent’anni di matrimonio di una coppia che vive con il figlio adulto. De Quark propone una scelta stilistica di fondo insolita: il ruolo della madre, la manipolatrice, recitato, quelli maschili, dei manipolati, letti libro alla mano, trasmettendo senso del controllo, instabilità e autenticità. Da un’atmosfera quasi da mise en espace la scena si trasforma prima in un set televisivo, riducendo e aprendo l’immaginario attraverso la duplicazione dell’immagine dei volti -maschera degli attori su due televisori in proscenio, in sala da ballo (le luci di una palla stroboscopica fanno brillare palco e platea), infine in un paesaggio da spaghetti western: in una vita scandita dal ritmo degli spot, per annunciare la morte del figlio non ci sono più parole ma fumetti.
L’Italia è di nuovo presente nel titolo e all’interno dello spettacolo, sotto forma di due celebri brani di Tenco eseguiti dal vivo, nella riscrittura della Medea dell’autore fiammingo Tom Lanoye, Mamma Medea, regia di Christophe Sermet, all’Odéon. Uno spettacolo appassionato, che contrappone da subito il nerbo viscerale di una robusta Medea e della sua famiglia di barbari (a tratti dolci e sensibili) alla leggerezza dandy del civilizzato, bello e sottile Giasone, le ragioni dei quali siamo chiamati di volta in volta ad abbracciare, quasi arbitri involontari di una coppia di vicini troppo litigiosa. Mentre nel primo atto l’ironia e l’energia tengono alto il ritmo dello spettacolo, il secondo scade in una prolissità e in un patetismo eccessivi. Il finale è comunque drammaticamente inedito: in questa storia di incomprensioni e nevrosi contemporanee, infanticidi sono entrambi i genitori.
All’amore tradito è dedicato anche Partage de midi di Paul Claudel, regia di Jean-Christophe Blondel, secondo spettacolo in scena all’Odéon. L’attenzione tutta estetica alla scena, con un chiaro astrattismo simbolico, è interessante. La regia tuttavia non sembra aprire alcuna nuova e attuale chiave di lettura di questo testo, forse datato, di Claudel, che concepisce l’amore come un triangolo tra uomo, donna e Dio, lacerato, e nel suo potere salvifico infine distruttivo. Dello spettacolo rimane però una delle immagini più belle del festival: Nicolas Vial onda sinuosa languidamente strisciante sul palco nella scena della nuotata, oltre alla rarità della musica suggestiva di Wu Na eseguita sul palco.
In chiusura di questa panoramica su Impatience, lo spettacolo che ha catturato il mio voto di spettatrice: Embrassez-les tous dell’autrice Barbara M. Chastanier, regia di Keti Irubetagoyena. Il testo mette in scena in alternanza le sedute psicanalitiche di una ragazza in cerca della propria memoria infantile, che svolge ricerche scientifiche sui bulbi olfattivi dei polli, un ragazzo che lavora in un’azienda che i polli li alleva e uccide, la di lui madre alle prese con una gravidanza senza padre, un giovane a guardia di un muro che divide un di qua e un di là. In scena un divano, un’installazione di polli di plastica luminosi, un’attrice (la madre, il ragazzo del muro), un attore (la ragazza, il figlio), una voce off che ci porta da una storia all’altra. Il testo cinico e laconico, la partitura drammaturgica, con le didascalie integrate nell’azione – l’interprete recita dicendo le didascalie-, la qualità della performance attoriale, con veloci entrate e uscite a vista dai ruoli e una grottesca naturalezza espressiva ci restituiscono l’ansia di un tempo che ci sfugge, che è andato perduto, esploso in fatti terribili – lo scenario sotteso è quello del conflitto israelo-palestinese – di cui non abbiamo memoria, ma ne sentiamo il vuoto, in cui barriere sono state erette tra geografie fisiche, sociali, psichiche.
Avendo attraversato i luoghi del festival, non posso dire se l’auspicio di coinvolgere vari pubblici sia stato esaudito. Posso tuttavia condividere la gioia di aver visto sale esaurite (strapiene).

[versione integrale dell’articolo pubblicato su Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012]

Cover Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012

 

di SIMONA POLVANI – sabato 26 maggio 2012, ore 16.55

ImageLa trasposizione di un’opera letteraria in forma teatrale o cinematografica è sempre un’operazione complessa. Trattandosi di tradurre da un linguaggio ad un altro linguaggio artistico, si ripropone anche per essa il dilemma che vale per ogni traduzione: quanto essa sia fedele (o infedele) rispetto all’originale, ossia in che misura sia in grado di restituirlo e ricrearlo. Ogni trasposizione può tuttavia sottrarsi all’equivalenza e rivendicare una totale autonomia; può ambire in un certo modo ad essere valutata per quanto esprime artisticamente a prescindere dalla sua fonte ispiratrice.
Sono queste le linee direttrici di giudizio con le quali ho affrontato la visione dell’opera teatrale I fratelli Karamazov dal romanzo omonimo di Fëdor Dostoevskij, drammaturgia di Roberta Arcelloni e di Guido De Monticelli, che ne firma anche la regia.
Lo spettacolo, co-produzione del Teatro Stabile della Sardegna e del Teatro Metastasio Stabile della Toscana, è stato presentato in anteprima al Teatro Massimo di Cagliari nell’ambito del I° Festival di filosofia in Sardegna intitolato “La legge la libertà la grazia” curato dai filosofi Roberta De Monticelli e Pier Luigi Lecis.
I fratelli Karamazov, ultimo romanzo dell’autore russo, terminato poco prima di morire nel 1881, come molti altri suoi capolavori, pensiamo all’Idiota o ai Demoni, è un’imponente opera letteraria dalle implicazioni filosofiche per le questioni che pone al proprio centro. L’uomo da una parte deve rapportare la propria dimensione individuale alle dinamiche della società, con l’ordine di valori e le leggi che la reggono, dall’altra non può sfuggire al confronto con una possibile, ma indimostrabile, visione escatologica che implicherebbe una vita ultraterrena, affermata dalla religione cristiana. Da qui la derivazione dei concetti di peccato, innocenza, giustizia, felicità, destino e libero arbitrio, declinati in varie forme spesso antitetiche a seconda che si accetti o si rifiuti l’esistenza di Dio, si sia in possesso o meno della fede e di come la si viva. I personaggi del romanzo, lacerati dai dilemmi della propria coscienza, sono avvincenti, poiché capaci per la profondità di cui li dota l’autore di sentire interamente e di relazionarsi gli uni agli altri con una cifra in cui la ragione mai fa pace con il sentimento e l’animo è comunque combattuto.

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Quando entriamo in platea, vediamo una scena in penombra quasi completamente vuota. Su tre lati si ergono tavole di legno scuro quasi frastagliate, o spezzate – solo alcune sul fondo della scena – a disegnare un ambiente chiuso, evitando tuttavia l’effetto mura.
Dalla parete di sinistra si allunga sul palcoscenico un segmento, un tavolo, elemento che scomparirà e apparirà, si trasformerà più volte durante la messinscena anche in modo inaspettato (un altare-catafalco con luminarie ad esempio). Attorno ad esso sono seduti tre dei quattro Karamazov, il padre Fëdor Pavlovič (Mauro Malinverno), credente per interesse, i figli Ivan (Corrado Giannetti), che nega l’esistenza di Dio, e Alëša (Francesco Borchi), novizio presso il monastero retto dallo Stàrec Zosìma (Paolo Meloni). “Dio c’è o non c’è?”: questo l’argomento su cui dibattono sorseggiando alcolici, domanda che attraversa l’intero spettacolo, coinvolgendo molti dei personaggi, in un dialogo – che vorrebbe essere maieutico –  per tesi da sposare o confutare. “Non c’è virtù se non c’è immortalità; se Dio non c’è, non c’è bisogno di virtù”: sarà così che il figlio illegittimo e servo Smerdjakòv (Luigi Tontarelli) giustificherà l’assassinio di Karamazov padre, senza necessità di assumersene la responsabilità, che ricadrà invece sul fratellastro Dmitrij (Fabio Mascagni). “Più riuscirete ad amare, più vi convincerete dell’esistenza di Dio e dell’immortalità”, sostiene lo Stàrec Zosima dialogando con la signora Chochlakov (Maria Grazia Sughi) in una delle scene più interessanti e compiute dello spettacolo. L’amore attivo, gratuito e fattivo, professato dallo Stàrec si contrappone all’amore del sognatore, difeso con un certo cipiglio dalla signora Chochlakov, ossia a quella forma di amore narcisistico che pretende di essere immediatamente pagato con la moneta sonante della riconoscenza: come avviene a teatro – dice padre Zosima- in cui si recita per ricevere gli applausi.

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Se la tensione dei protagonisti verso tematiche metafisiche è il fil rouge, ad esso si intrecciano altri fili drammatici più terreni, l’amore e il denaro. Il primo assume vari volti: lussurioso in Fëdor Pavlovič e Dmitrij, che si contendono entrambi la navigata Grušenka (Valentina Banci); devoto e non ricambiato di Ivan per Katerina Ivanovna (Elisa Cecilia Langone), fidanzata tradita di Dmitrij; vendicativo e manipolatorio di Katerina per Dmitrij (la virtù della ragazza ostentata come il suo enorme colletto di pizzo bianco sull’austero abito nero); acerbo, imbronciato e giocoso di Alëša per la giovane Lise (Silvia Piovan). La brama e il potere del denaro, con cui si comprano le persone al pari degli oggetti, è il motore di molte delle vicende e spesso si incrocia con l’onore: dal fidanzamento di Dmitrij con Katerina al legame interessato di Grušenka con i Karamazov, alla vicenda dell’offesa inflitta da Dmitrij al padre del piccolo Iljuša, un vecchio capitano (Cesare Saliu), che rifiuta però di essere risarcito, o meglio comprato, con il denaro offerto da Katerina tramite Alëša – altra scena non priva di interesse-. “E’ vero che i ricchi sono i più forti a questo mondo?”, chiede il piccolo Iljuša al padre che gli risponde “Sì, è vero”, “Allora io diventerò ricco” conclude il ragazzo. Tema che a distanza di oltre un secolo non è certo di minore e bruciante attualità nella nostra società odierna.

Se volessimo giudicare lo spettacolo dalla capacità di dare una sintesi del romanzo, potremmo dire di aver ritrovato la trama e le sue articolazioni dominanti. Tuttavia, proprio il testo drammaturgico, nella sua volontà di sintetizzare le questioni filosofiche, e la regia, improntata nel primo atto a un certo naturalismo, contaminato nel secondo da alcune trovate surrealistiche, senza troppa continuità, non sembrano rendere lo spirito profondo dell’opera e dei suoi personaggi.
Al di là delle qualità attoriali indubbiamente espresse dalla maggior parte degli interpreti, a causa di un’eccessiva verbosità statica e caratterizzazione dovuta all’impostazione registica, difettano di quella tridimensionalità, con rotondità e spigolosità, di cui al contrario erano dotati sulla carta.

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Anche volendo prescindere dal romanzo, e guardando allo spettacolo come opera artistica autonoma, assistiamo a una messa in scena di idee, con preminenza della dimensione della parola, senza riuscire a trovare visivamente, salvo alcune eccezioni, l’azione scenica, la materia emotiva, il corpo vivo che proprio perché trascende il mero discorso è capace di veicolare e illuminare il pensiero. La sottile comicità che attraversa tutta l’opera, con virate nel grottesco (nelle scene di Fëdor Pavlovič fantasma-diavolo-incubo o in quelle di padre Zosima cadavere che parla di se stesso), se in parte può essere strumento utile per favorire la comunicabilità di argomenti complessi e infondere nerbo allo spettacolo, rischia a volte di confonderne i segni.
I personaggi, tutti a loro modo sopra le righe, sembrano spesso imprigionati, figure un po’ impolverate di ciò che avrebbero potuto essere. Quando, invece, come nella scena del bacio tra Alëša e Lise sul girello, accade che si sciolgano, per un movimento innaturale ricercato e infine trovato, scorgiamo un baluginio di grazia.
Alla fine dello spettacolo, quando Alëša inizia a leggere l’ultima pagina del romanzo, in cui si fa riferimento al funerale del piccolo Iljuša,  tutti gli attori entrano in scena e si siedono come ad ascoltare. Ed è questa l’impressione finale che rimane, di uno spettacolo dell’ascolto più che della visione.

I FRATELLI KARAMAZOV
da FËDOR DOSTOEVSKIJ
drammaturgia Roberta Arcelloni e Guido De Monticelli

regia Guido De Monticelli
scene Lorenzo Banci
costumi Zaira De Vincentiis
musiche Mario Borciani
regista assistente Rosalba Ziccheddu

con Valentina Banci, Francesco Borchi, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti, Elisa Cecilia Langone, Mauro Malinverno, Fabio Mascagni, Paolo Meloni, Silvia Piovan, Cesare Saliu, Maria Grazia Sughi, Luigi Tontoranelli

Visto al Teatro Metastasio, Prato, l’11 aprile 2012