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Disegno del Teatro Palladium realizzato da Emma Dante

Disegno del Teatro Palladium realizzato da Emma Dante

Condivido volentieri l’articolo di Graziano Graziani sulla chiusura del Teatro Palladium e l’estromissione di Roma Europa dalla sua gestione, nonostante i risultati altamente positivi raggiunti in dieci anni di attività.

Un altro atto scellerato delle politica nostrana contro l’arte e la cultura.

Di Graziano Graziani – Riflessioni attorno alla “chiusura” del Teatro Palladium

Brina /Givre

Brina /Givre

 

Ho trovato alcune pagine. Sulla mia strada. Pagine di un romanzo. Dei fogli. Erano otto pagine dattiloscritte. Un estratto che l’autore stesso mi ha donato, per caso e, o, per necessità. Ero e sono per lui una sconosciuta. Siamo, l’uno per l’altra, degli sconosciuti. E per questo, ignorando tutto di me, ha scelto e composto, per me, un estratto del suo nuovo romanzo, ancora inedito. E me lo ha donato, perché ero sulla sua strada.

Era dicembre, lo scorso dicembre, ma avrebbe potuto essere dieci anni fa. Ho conservato quelle pagine. Mi ci sono avvicinata piano piano. Le ho guardate, le ho lette, infine, non tutto di un fiato, perché non potevo, non mi era possibile. Le ho percorse poco a poco, per brani, nel corso di alcune settimane, intervallate da assenze. Mi ci sono stropicciata gli occhi. Ho navigato a vista dentro di esse, mi ci sono perduta, a tratti. Ho toccato la superficie, vi ho planato sopra. Otto pagine scritte dattiloscritte che erano come crateri di magma raggelato.

Non posso ricostruire la trama. Non avrebbe neppure senso, in questo caso. Ho conservato tuttavia i nomi di tre dei quattro uomini che lo abitano: Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, lo scomparso, l’assente. Del quarto, l’io narrante, per altre vie, ho saputo l’iniziale, M.

Quando sono arrivata alla fine delle lettura, non ho potuto non scrivere qualche riga. Alcune impressioni. Assolute, perché istintive. Parziali, perché navigano nell’orizzonte di queste poche pagine, non cercando di render conto di niente, di analizzare niente, di provare niente. Intendono essere, se si può parlare di intenzione, solo testimoni di se stesse, e di me stessa, in connessione con le otto pagine.

Adesso, qui, le dico. Le impressioni. Le faccio diventare onda. Le semino sulla strada di qualcun altro.

E rinunciando alla restituzione dell’opera intera – è possibile davvero restituire un romanzo attraverso una critica? -, facendo una bislacca operazione di parzialità, come chi spia da una serratura e non vede che la porzione d’immagine offerta dalla sagoma di vuoto, dimoro tra i frammenti.

Ecco il mio frammento impressionato, di una totalità, il romanzo, che ignoro.

Gli estratti sono accanto a me ed io ho gli occhi pieni di colori.

In fondo c’è il nero – di cui adesso non voglio dire di più – tranne che non è sempre lo stesso, della stessa consistenza. E sopra, in superficie, una superficie ancorata, ci sono i colori, gli altri colori. I bianchi sfumati, dal trasparente del cristallo allo spumoso della neve (amo la parola “givre”, che scivola sui denti arrampicandosi e urtando – ma senza violenza – il palato, e gira in tondo meno dell’italiano “brina”, forêt de givre, foresta di brina), il giallo del deserto, l’arancio, il rosso (io, colpita dal corallo), il mandarino, l’ambra e il grigio – non conosco la ragione, ma non riesco ancora a vedere il colore dell’oceano, che eppure è là, alla distanza di un braccio teso, ma è un orizzonte talmente sommerso dai miraggi, colorati, necessariamente, no? – e poi la densità del porpora…e il (rosa) della tamerice, l’erba brunita, il viola…

Ancora, delle parole geometriche, scolpite, angolose, o rotonde come ciottoli. Parole tridimensionali, sfaccettate, a più facce, piani e strati di materia colorata, e poi la pastosa e tesa materia colorata, dei respiri in colori, puri, che non possono far scomparire il nero, ma deflagrano comunque e tutto, anche il tempo, sommergono.

Ho pensato allora a Mark Rothko.

 

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

© Mark Rothko. Centro Branco. 1950

 

Gli estratti appartengono al romanzo “Le portique du front de mer”, opera seconda dell’autore francese Manuel Candré (Éditions Joëlle Losfeld). Il romanzo, che trae ispirazione dall’antologia “I segreti di Vermillion Sands” (“Vermilion Sands”, 1971) dello scrittore di fantascienza J.G. Ballard, è uscito in Francia il 16 gennaio 2014.

 

Reading Club

 

Salve,

 

qui di seguito la mia intervista pubblicato su PAC- Paneacquaculture.net ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez, net artists, autori del progetto performativo di lettura e scrittura condivisa Reading Club (Readingclub.fr), incontrati a Parigi, alla Galleria Nazionale del Jeu de Paume, dove erano ospiti dell’esposizione on line Erreur d’Impression, publier à l’ère du numérique con la performance “Avant et Maintenant”, Raymond Queneau.

 Reading club: intervista ad Annie Abrahams ed Emmanuel Guez 

 

Su Emmanuel Guez ed  Annie Abrahams, potete leggere anche le Tweet_interviste in francese, con traduzione in italiano, che ho realizzato con loro:

Esperimenti sul web. Tweet-intervista a Emmanuel Guez

Being Human | Tweet_intervista a Annie Abrahams

Buona lettura!

Photo Credit Yuliya Kravchenko

Photo Credit Yuliya Kravchenko

J’ai trouvé sur mon chemin des pages. Des pages d’un roman. Des feuilles. C’étaient huit pages dactylographiées. Un extrait que l’auteur lui-même m’a offert, par hasard et, ou, par nécessité. J’étais et je suis pour lui une inconnue, nous sommes chacun pour l’autre des inconnus. Et pour cela, en ignorant tout de moi, il a choisi et composé pour moi un extrait de son nouveau roman, encore inédit.  Et il me l’a offert, car j’étais sur son chemin.

C’était en décembre, décembre dernier, mais ça aurait pu être il y a dix ans. Je les ai gardées et je m’en suis approchée doucement. Je les ai regardées, je les ai lues, enfin, pas tout d’un souffle, car je ne pouvais pas. Je les ai parcourues petit à petit, par morceaux, le long de quelques jours, entrecoupées par des absences.  Je m’en suis frotté les yeux. J’ai navigué à vue dedans, je me suis perdue par moments. J’ai touché la surface, j’ai plané au dessus. Huit pages dactylographiées, qui étaient comme des cratères de magma glacé.

Je ne peux retenir le récit, l’intrigue. Il n’y aura même pas de sens, là. Je garde pourtant les noms de trois des quatre hommes qui l’habitent, Lucio, Raymond Mayo, Joao. Joao, le disparu, l’absent.

Quand je suis arrivée au bout de ma lecture, enfin, je n’ai pas pu m’empêcher d’écrire quelques lignes. Des impressions. Absolues car elles sont instinctives. Partielles, car elle ne cherchent à rendre compte de rien, à rien analyser, à rien prouver. Sauf d’elles-mêmes, de moi-même, en lien avec ces pages.
Je les dis. Je les fais devenir vague. Je les sème sur les chemins de quelqu’un d’autre.
Et, en renonçant à la restitution de l’œuvre entière – est-il possible en fait restituer en roman par une critique? – je demeure dans les fragments.

Voici mon fragment impressionné, d’une totalité, le roman, que j’ignore.

Les extraits sont à côté de moi et moi j’ai les yeux remplis de couleurs.
Au fond il y a le noir – dont je ne veux maintenant pas dire plus – sauf qu’il n’est pas toujours le même, de la même consistance – et au dessus, dans la surface, une surface pourtant ancrée, il y a les couleurs. Les blancs nuancés, du transparent du cristal au moussé de neige (j’aime le mot givre, car il glisse sur les dents en grippant et percutant – sans violence- le palais, et tourne en ronde moins que l’italien “brina”), le jaune du désert, l’orange, le rouge (moi, frappée par le corail), le mandarine, l’ambre, et le gris – je ne sais pas, mais je n’arrive pas encore à voir la couleur de l’océan, qui est là, mais il est un horizon à la fois submergé par les mirages, colorés – forcément? -, le pourpre…et le (rose du) tamaris, l’herbe brunie, le violet…

Encore, des mots géométriques, sculptés, anguleux, ou ronds comme de petites pierres, des mots tridimensionnels, à plusieurs facettes (et façades et plans), de matière colorée, et aussi de la matière colorée, des souffles en couleurs, pures, qui n’arrivent pas à faire s’effacer le noir, mais qui pourtant éclatent.
J’ai pensé alors à Mark Rothko

Mark Rothko, Ochre and red on red, 1954

Mark Rothko, Ochre and red on red, 1954

Les extraits appartiennent au roman “Le portique du front de mer” de Manuel Candré, chez Éditions Joëlle Losfeld. Parution prévue le 16 janvier. 

Salve,

al link qui sotto un mio articolo uscito su Paneacquaculture.net, magazine di arte e culture.

Buona lettura!

Reading Club: cultura digitale a Parigi fra spettacolo e lettura.

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Reading Club al Jeu de Paume, Paris

Salve,

condivido volentieri con tutti voi il report 2013 del mio blog, preparato dai “monkeys” di WordPress.com, che ringrazio per questa sintesi che permette di ripercorrere in un batter d’occhio un anno.

A presto!

Here’s an excerpt:

A San Francisco cable car holds 60 people. This blog was viewed about 3,100 times in 2013. If it were a cable car, it would take about 52 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

Immagine

Photo credits: 2013 Guido Mencari http://www.gmencari.com

È l’ultimo giorno dell’anno, di questo 2013. Ringrazio tutti coloro, tutti voi,  che mi avete seguito,  in questi dodici mesi, che sono stati laboriosi, intensi, vivi, in cui sono partita, per trasferirmi a Parigi, mi sono rimessa a studiare, di nuovo, con soddisfazione – sto facendo un dottorato -, ho cambiato case (più di una), panorami, ho trovato nuovi amici, ho espresso desideri – e alcuni si sono avverati -, guardato molto il cielo, pedalato per scoprire la città, iniziato nuove collaborazioni come critica teatrale – con la rivista Hystrio e il web magazine Paneacqua culture -,  tradotto nuovi testi teatrali, continuato con le Tweet_interviste, iniziata la nuova avventura musicale-poetica s_suite con Damiano Meacci, scritto altre piccole_forme.

È con una di queste che voglio farvi i miei auguri, per le ore che rimangono del 2013 e per l’inizio del 2014. Dovunque voi siate, io alzo il calice con voi per un brindisi che duri tutta la notte e ci trasporti con levità nel nuovo anno. Che l’anno riservi  a tutti noi giorni più belli di quello che si sta chiudendo, ça va sans dire…

Con affetto, Simona

Enigma 

Sono inciampata
in un enigma
Guarda, scruta
spia
senza poter vedere
e nella vista oscurata
sente

Allo sguardo abbagliato si offre
giardino delle delizie
Succoso, delicato lo sfioro
oltre lo specchio

Barriera che non scherma

I sensi voluttuosi
cavalcherebbero l’onda
in mareggiata
solcherebbero l’equatore
della sua mente
solo per viaggiare
spostare il baricentro
del proprio sapere
affondare la coscienza
rifondare il sé

Sogni
Sogno
e divento guerriera
impavida
Tra cunicoli
di veli apro varchi

Gli uomini sono crudeli
e alla mensa dividono
carne umana

La mia bocca qui
non si apre se non per
l’incanto di una
parola che traluce
e spazza via

La paura si riavvolge
il sogno si acquieta
Nell’oro della mente
brilli

Sono inciampata nell’enigma

Simona Polvani – dicembre 2008

Bras

bouches

dos

cheveux retenus

culs bandés

vêtements retournés

les pas sur-saccadés

les têtes renversées

Ta barbe

 

À reculons seulement j’ai pu parcourir

le périple du château

Plongeant dans l’odeur capiteuse

du jasmin, je me suis égratignée contre

les pierres

L’esprit heureux enfin

de la parole morte –

Retrouvée dans le noir aveuglant

Moi, dans tous tes sens aspirée

Dans les mains, dans tes mains, empêtrée

Je suis anémone de mer algue corail



– Août 2011-

Simona Polvani / traduction en français par Simona Polvani & Ludovico Greco

Mi hai stordito,
le mani a calice
in cui avrei voluto
tuffare la lingua
e leccare l’amore

Sei la spuma di gioia
che mi ha attraversata
trapassando da parte
a parte il moto ondoso
della desolazione

Avrei voluto fermarti
Strofinarmi il naso e la bocca
col tuo sapore
Chiudere il cerchio
della notte con il giorno
e in un viaggio per il mondo sconfinato
con te danzare

Non c’è stato errore
Questa volta

Sogniamo nel miraggio
di una notte
che fa il triplo salto mortale

La vita gioca
Con noi
Quando il piede poggio a terra
è di nuovo deserto

Roma, 7 giugno 2007

Simona Polvani