BALLATA NOTTURNA

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, “Danseuse”, 1990, inchiostro di china

Gao Xingjian scrive il testo teatrale Ballata notturna nel 2007.

“Libretto per uno spettacolo di danza” è il sottotitolo che dà a questa sua nuova pièce, l’ultima che ha scritto, che è una partitura per Lei – l’Attrice, una Danzatrice malinconica, una Danzatrice dinamica e un Musicista-Clown.
Nella pièce questi personaggi-figure disegnano un tragitto di parole e passi, cadute e scalate, voli verso l’alto e verso il basso, in un gioco beffardo, crudele, sensibile, tragico, di faccia a faccia, corpo a corpo, mente a mente della donna con l’uomo, folla, massa, Voi.

Ballata notturna è un percorso mentale e spirituale dentro il pensiero di una donna. Una sfida che viene lanciata per quello che Gao definisce un possibile manifesto femminile e non femminista. Sotto questo profilo Ballata notturna si trova in rapporto di prossimità e insieme si pone come evoluzione-superamento rispetto ad altre sue pièce precedenti. In particolare l’autore la considera connessa con Fra la vita e la morte (1991): ritroviamo infatti la radicalità verticale dell’uso dei personaggi di parlare di se stessi alla terza persona, con un singolare effetto estraniante, e il tema dell’esplorazione dell’universo femminile.

Ballata notturna è costruita – come denuncia il titolo stesso- come una ballata, una composizione per voce-canto e danza. ll testo-parola si integra in una partitura drammaturgica scritta per danzatori, in un rapporto ritmico in cui i personaggi femminili in scena sono lo sdoppiamento l’uno dell’altro.

Il meccanismo che ne risulta è multi-vocale: l’Attrice, trova il suo doppio nel personaggio Lei, la voce, e entrambe si proiettano nel corpo danzante, il doppio  umorale delle danzatrici, la malinconica e la dinamica. In questa pluralità e unicità di voci femminili, l’uomo è la figura muta del clown musicista.

 

L’inizio della pièce

RUOLI
LEI, interpretata dall’ATTRICE
DANZATRICE MALINCONICA
DANZATRICE DINAMICA
MUSICISTA, suona uno strumento (ad esempio un sassofono)

SUGGERIMENTI PER LA RECITAZIONE
Nella pièce, LEI, TU e IO formano assieme l’immagine di una
donna.
Quando l’ATTRICE interpreta LEI, mantiene il tono della narrazione.
Quando il soggetto è NOI, è meglio ricorrere a una recitazione
ben marcata, a volte burlesca.
Se il soggetto è VOI, ci si rivolge invece a un pubblico maschile,
l’ATTRICE dovrebbe recitare il ruolo di LEI con un tono a volte
provocante, a volte allegro.
La DANZATRICE MALINCONICA e la DANZATRICE DINAMICA sono
in realtà il doppio di LEI.

L’Attrice entra in scena.

L’ATTRICE  (rivolgendosi al pubblico)
Ecco a voi una ballata lirica un po’ datata,
che però risuona ancora,
triste, sempre tanto triste.
Una ballata cantata da una donna,
come un’insalata, ben speziata,
che troverete però crudissima.
Insomma, state per ascoltare
una ballata che vi incanterà,
se avrete la stessa sensibilità.

 L’Attrice inizia a interpretare Lei.

LEI   Di notte lei passeggia per la strada,
con la sua mente ristretta,
come una signora che sguinzaglia il suo barboncino,
lasciandolo ora correre, ora saltellare.

La Danzatrice Malinconica fa la sua apparizione sulla scena.

L’ATTRICE  Incrociate la sua figura sui marciapiedi,
davanti alle vetrine di un negozio ben illuminato,
sulla terrazza di un caffè, o di una casa del tè.
E agli angoli della sua bocca, un accenno di sorriso,
che vi cade dritto in faccia.
Un breve contatto col suo sguardo,
E’ più che sufficiente a farvi perdere l’anima.
Si direbbe una donna naturale,
ma non fatale.
Si direbbe una donna perduta,
ma non una donna pubblica,
una donna che gli uomini sognano sempre,
senza che nessuno meriti il suo amore.

 La Danzatrice Malinconica è scomparsa.

L’ATTRICE   E presto o tardi, chissà ?
A un tratto, eccola di fronte a voi,
in un vagone del metrò,
le sue iridi così azzurre e chiare come il cielo,
mentre le pupille sono scure come il mare,
sentite dei gabbiani battere le ali.
E lei, la testa appena reclinata,
si guarda le ginocchia strette.

 La Danzatrice Dinamica sale sulla scena.

L’ATTRICE  Dal suo profumo emana calore,
vicinissimo a voi, in ascensore,
appena aperta la porta, lei se ne è andata,
voi, nel corridoio, a pieni polmoni avete inspirato
solo l’odore di pesce fritto.

 La Danzatrice Dinamica è uscita di scena.

LEI  Donna dolce, donna crudele,
Donna sirena, donna demonio,
che la vostra vita reclama,
e che aleggia tra di voi e ovunque.

 L’Attrice ostenta un ampio sorriso. Poi la Danzatrice Malinconica entra
in scena.

L’ATTRICE  Attaccare le campanelle,
quella che suona quando il vento passa,
È lei.
Staccarle,
quella che rifiuta di suonare,
È sempre lei.
Un’andatura leggera,
una traccia furtiva
che mai riuscirete ad afferrare.
Proprio nel momento in cui credete di possederla,
subito se ne va,
e ciò che potete smuovere,
È solo l’amarezza che vi ha trasmesso.

 La Danzatrice Malinconica è uscita di scena.

L’ATTRICE  Il suo tragitto virtuale,
come il vento, come un canto.
Il suo percorso ha così segnato
il selciato delle strade e i cuori che ha attraversato,
cosi è tracciata la sua leggerezza.

 Il Musicista sale sulla scena e suona lo strumento.

LEI   Se vi ho detto lei,
Non sono io ad averlo detto.
Se lei vi dice che io volevo dire,
È per forza lei che voleva dire a voi,
E io è invece a suo nome che vi parlavo,
chiaro?
Su andiamo! Ma,
soprattutto, basta poesia,
che noia.

 La Danzatrice Dinamica entra in scena, la incrocia.

LEI   Per una farsa da donna,
dei versi lirici concepiti da voi uomini,
che buffonata!

L’ATTRICE  Oh oh, donna contro uomo,
una dura battaglia
Chi sarà  il vincitore?
Chi sarà  vinto?

La Danzatrice Dinamica esce di scena. Il Musicista china la testa,
immergendosi nella musica.

LEI   Che l’uomo abbia la ragione,
così da trovare un fondamento per il suo essere.
Quanto alla donna, tutto sta lì,
nella sua natura.
Può ben Dio aver creato questo mondo,
terribilmente assurdo.
Lei lo ha già in sé,
e in forma di dea,
non trova nient’altro che tristezza.
Questo mondo esisteva già ,
prima che Gesù Cristo nascesse.
Prima che Maria fosse vergine,
Eva commise già il suo peccato.
Prima di essere così
sacrificata o condannata,
aspettava solo di essere valorizzata.
Prima che l’uomo avesse bisogno di una credenza,
la donna aveva già il dono dei sensi.
Inutile inventare
giustizia, morale o doveri,
o insegnamenti qualsiasi,
È lei che dà vita al mondo.

Il Musicista smette di suonare, la guarda da lontano.

Estratto dal testo pubblicato nel volume “Teatro. Il sonnambulo, Il mendicante di morte, Ballata notturna”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani, postfazione di Antonietta Sanna (ETS Edizioni, 2011) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “Teatro” di Gao Xingjian

LA FUGA

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, “L’universo selvaggio”, 1984, inchiostro di china

 

La fuga  (1989) è il testo teatrale che ha causato a Gao Xingjian la messa al bando dalla Cina e la censura di tutte le sue opere.

Nel 1989, di fronte ai fatti tragici di Piazza Tienanmen, la repressione nel sangue dei movimenti studenteschi (e non solo) riuniti da giorni nella piazza, Gao Xingjian è sollecitato da un teatro statunitense a scrivere un testo che racconti quei fatti.

Gao scrive La fuga, che a causa della sua visione antieroica tradisce tuttavia le aspettative del committente,. L’autore non è disponibile ad apportare modifiche e il testo viene rifiutato.

Protagonisti della pièce sono tre personaggi: un intellettuale, uomo maturo, uno studente e una giovane attrice, che casualmente si trovano a condividere il tempo di una notte, nello spazio sinistro di un magazzino dove hanno trovato rifugio, cercando disperatamente di sfuggire alla morte. Fuori, l’esercito sta passando a ferro e fuoco la piazza e le strade della città.

Gao allude evidentemente alla notte del 4 giugno del 1989 senza però  mai chiamarla in causa direttamente.

Quei fatti diventano quindi l’occasione per allargare il campo di riflessione e scrivere un testo universale. Non solo e non tanto contro il governo di Pechino, ma contro tutte le ideologie che hanno caratterizzato il novecento e contro il potere liberticida, per riaffermare l’aspirazione dell’essere umano a vivere libero da condizionamenti che riducono il pensiero a quello del potere e ne sottopongono la vita all’infamia del terrore e della violenza.

La fuga è anche un manifesto dello status dell’artista, che sceglie di stare ai margini della società per essere libero nel creare e assicurare autenticità alla propria opera.

Al tema politico si incrocia un tema ricorrente della drammaturgia dell’autore cinese: il rapporto problematico e perverso- a tratti – tra l’uomo e la donna e la volontà di quest’ultima di trovare e rivendicare un’autonomia di pensiero e di visione del mondo rispetto a quella dell’uomo.

L’inizio della pièce

Personaggi
Il ragazzo (20 anni)
La ragazza (22/23 anni)
L’uomo (40 anni)

La pièce si svolge in un deposito dismesso, in una grande città. Inizia nelle ultime ore della notte e termina al sorgere del sole.

1.

Oscurità totale. Si sente, non lontano, il boato di una colonna di carri armati che avanzano rumorosamente sul viale asfaltato. I fucili d’assalto mitragliano senza tregua. Lentamente, l’oscurità lascia indovinare un luogo in rovina, una sorta di deposito nel cuore della città. A sinistra, una piccola porta arrugginita. Si apre. La luce dei lampioni spazza il locale.
Un ragazzo entra, ansimante. Cerca di identificare, nella penombra, questo strano posto. Ai quattro angoli sono ammonticchiati vari oggetti e attrezzi dalle forme indefinite.

Il ragazzo (verso l’esterno): Presto, entra!

La ragazza: Non c’è nessuno?

Il ragazzo: Sssst !

La ragazza (respirando con difficoltà): È così buio, non si vede niente.

Il ragazzo: Una volta abituati, andrà meglio….(chiudendo la porta precipitosamente). Se nessuno vede nessuno stiamo al sicuro.

(La ragazza si addossa alla porta e respira profondamente. Si sente di nuovo il rumore sordo di una mitragliatrice)

Il ragazzo: Uccidono ancora!

La ragazza: Quando hanno aperto il fuoco, all’inizio, pensavo sparassero in aria con proiettili di plastica….Chi avrebbe potuto immaginare si servissero dei riflettori per inseguire la folla e mitragliarla?

Il ragazzo: Utilizzano anche le pallottole esplosive!

(Ispezionano il luogo)

La ragazza: Ehi! Da dove arriva questo sangue sulle mani?

Il ragazzo: Sei ferita?

La ragazza (palpandosi il corpo): Dappertutto….sangue dappertutto!

Il ragazzo: Ma dov’è la ferita?

La ragazza (piangendo): Tutto il mio corpo….tutto il corpo.

Il ragazzo: Non così forte: potrebbero sentirti da fuori!

La ragazza (crollata, accasciata): Tutto il mio corpo….

Il ragazzo (palpandola): Esattamente dove ti fa male? Presto!

La ragazza: Il petto! Non posso più respirare. Sto per morire…..

Il ragazzo: Calmati. Il sangue è solo sul vestito. Forse è il sangue di qualcun altro, ti ha sporcato.

La ragazza: Vivrò?

Il ragazzo: Che domanda! Certo che vivrai!

La ragazza: Non voglio restare invalida…..

Il ragazzo: Non dire stupidaggini: le mani, le braccia….non ti manca niente.

La ragazza (dopo un lungo silenzio): La vedo….

Il ragazzo: Chi?

La ragazza: La vedo….quella ragazza che fuggiva con me. Si teneva la pancia. Aveva appena aperto la bocca per gridare quando è caduta in ginocchio. Il sangue le colava tra le dita…..

Il ragazzo: Lo so. I carri armati erano proprio dietro di voi. Schiacciavano tutto: gli striscioni, i cassonetti, le biciclette, le tende.

La ragazza: Sì, le tende…..Credo che molte persone della nostra stazione radio ci siano rimaste. ……Non ce la faccio più ad alzarmi.

Il ragazzo: Distendi le ginocchia!

La ragazza: Questo dolore acuto….

Il ragazzo (palpandola di nuovo): Non è niente, solo dei graffi. Se no, come avresti fatto a correre così lontano?

La ragazza: Tu mi hai tirato fin qui…..

Il ragazzo: Ho capito che eri nel panico. C’è mancato poco.

(La ragazza lo abbraccia all’improvviso)

La ragazza: Dimmi, sono ancora in vita?

Il ragazzo: Vivremo tutti …..almeno quelli che ce l’hanno fatta a fuggire dalla piazza.

(Si sente, non troppo lontano, il sinistro crepitio di un fucile d’assalto)

La ragazza: No! (Lo abbraccia più forte)

Il ragazzo: Adesso mitragliano sul grande viale.

La ragazza: Possono inseguirci fin qui?

Il ragazzo: Per il momento, suppongo abbiano altro da fare che occuparsi di noi. Perciò qui siamo al sicuro fino al sorgere del sole.

La ragazza: Sei ferito alla testa!

Il ragazzo: No! ….Dove? (Si passa una mano tra i capelli. Una piccola massa deforme gli rimane incollata tra le dita) ….Un pezzo di cervello!…..Era a qualche passo da me quando ho sentito un rumore sordo: le era appena esplosa la testa.

La ragazza: Sulle gambe…..Anch’io ne ho! Ho la nausea, sto per vomitare.

Il ragazzo: Sui tuoi abiti, c’è sangue dappertutto.

La ragazza: Non sopporto più quest’odore….

Il ragazzo: Allora, togliti il vestito. (Si allontana). E riposati un attimo.

La ragazza: No, non ti allontanare….

Il ragazzo: Sono vicino a te.

La ragazza: Prendimi la mano.

Il ragazzo: Tremi.

La ragazza: Ho voglia di piangere.

Il ragazzo: …………….

La ragazza: Non ci riesco. Ma ho voglia di piangere!

Il ragazzo: Non devi: fuori potrebbero sentirti.

(Lui l’abbraccia)

La ragazza: Sai….vorrei urlare fino a spezzarmi la voce. Lasciami gridare una volta, una sola volta. Dopo, potrò anche morire. Non vedrò più niente, non sentirò più niente…..C’è un rumore!

Il ragazzo: Non è niente.

La ragazza: Ascolta!….Ascolta!

Il ragazzo: Hai davvero i nervi a pezzi.

La ragazza: Sento un respiro.

Il ragazzo: Il mio, forse.

La ragazza: No, c’è qualcuno!

(La porta si socchiude leggermente: un raggio di luce penetra per qualche secondo, poi la porta si richiude)

La ragazza (mormorando): Un ladro?

Il ragazzo: Un ladro….Chi rischierebbe la vita per soldi in circostanze come questa? Se c’è qualcuno, è un fuggiasco. Non fare rumore!

(La porta si apre bruscamente. Nella strada, le auto militari si succedono e filano a tutta velocità. Un’ombra entra e richiude immediatamente la porta. Silenzio. La fiamma di un accendino illumina a un tratto il viso di un uomo di mezza età)

Il ragazzo: Che cosa fai?

L’uomo (sorpreso): Fumo…..Cerco un rifugio.

Il ragazzo: È vietato fumare, qui.

L’uomo: La città è incendiata dai soldati. Dovunque nelle strade si sprigiona un fumo spesso…..e allora, che importanza può avere una scintilla in più? Smettila di giocare alla guardia. Vuoi una sigaretta?

Il ragazzo (uscendo dal nascondiglio): Sei fuggito dalla piazza?

L’uomo: No, da casa mia: non potevo restare neppure là.

(Aziona l’accendino e illumina il suo interlocutore)

Il ragazzo: Hanno già cominciato a perquisire ogni casa?

L’uomo: Se si aspetta che arrivino, sarà troppo tardi. (Gli passa una sigaretta e l’accende, osserva il suo interlocutore, guarda la t-shirt che porta). Sei uno studente? Com’era sulla piazza?

Il ragazzo: I carri armati la accerchiano completamente. Ai quattro angoli hanno acceso le lampade che si usano abitualmente per le feste e illuminano la sparatoria. Ho paura che tutti quelli che non sono fuggiti siano spacciati. Su tutte le strade, non ci sono che cadaveri.

L’uomo: Non c’è un solo posto sicuro in questa città! Anche se resti a casa tua, le pallottole volano da fuori. Nel mio palazzo, un vecchio spostava i suoi vasi di fiori dal balcone – lui coltiva delle orchidee – per paura che il fumo delle auto in fiamme nella strada le annerisse. Mentre apriva la porta del balcone, una pallottola gli ha attraversato la fronte. È morto in battaglia.

Il ragazzo: Certi soldati hanno avuto un addestramento da tiratori scelti. Hanno paura che la gente faccia fotografie, paura delle prove.

L’uomo: Il vecchio portava solo gli occhiali. Era molto miope: un contabile in una fabbrica di birra, in pensione. (Silenzio. Fa luce con l’accendino). È un deposito?

Il ragazzo: Chiedilo al diavolo….

L’uomo (facendo un giro d’ispezione): Una scala: un ponteggio o una forca?

Il ragazzo: Assomiglia all’inferno.

L’uomo: Forse, ma almeno ci si può nascondere. Comunque, è meglio del mattatoio in piena luce. Sei fuggito da solo?

(La ragazza, che si è tolta l’abito, si nasconde in fretta)

Il ragazzo: Il nostro gruppo è arrivato da sud. Quando ci hanno visto correre, hanno aperto il fuoco. Si sono dispersi tutti e io mi sono ritrovato qui…..E tu, perché sei fuggito?

L’uomo: Io? Un’ora fa ho ricevuto una telefonata anonima che mi consigliava di fare attenzione alla mia vita di figlio di un cane.

Il ragazzo: I membri della Sicurezza?

L’uomo: Può darsi un amico, cosciente della situazione, che ha usato questo metodo per salvarmi la pelle.

Il ragazzo: Significa che possiedono già una lista nera di persone da arrestare?

L’uomo: Hanno tutto sulla piazza: dai posti d’ascolto per le intercettazioni telefoniche ai sistemi video sofisticati. Tutti quelli che hanno scritto un articolo o pronunciato un discorso sono archiviati sui computer. Arrestano chi vogliono quando vogliono. Ai loro occhi la vita ha poco prezzo …..

Il ragazzo: Allora, che fare? Si possono attraversare i viali ?

L’uomo: Chissà! Le strade adesso sono piene di auto militari. Come valutare se si ha o no una chance?

(Sceglie con cura un posto per sedersi, spegne l’accendino e respira profondamente)

Il ragazzo: Solo sedersi e aspettare?

L’uomo: Deve mancare un’ora al sorgere del sole….

(Silenzio. La ragazza esce lentamente dal nascondiglio, sempre senza abito. Urta qualcosa. L’uomo spegne immediatamente la sigaretta. La ragazza si avvicina. Lui si alza e fa luce con l’accendino)

L’uomo: C’è qualcuno?

La ragazza: No! Non accendere.

L’uomo (sconcertato): Ah, scusa. (Spegne l’accendino)

La ragazza (al ragazzo): Che facciamo?

L’uomo (ironico, di fronte alla giovane coppia): Che bell’entusiasmo…..ma ora e luogo non sono proprio i più comodi.

Il ragazzo: I suoi vestiti sono completamente macchiati di sangue!

L’uomo: Una ragazza non dovrebbe partecipare a questo genere di agitazioni!

La ragazza: I vecchi e i bambini che ci circondavano si sono accasciati nel sangue. Accasciarsi nel sangue…..questo ha un senso per te?….Sulla piazza a mezzanotte c’era una marea umana, come durante i più bei giorni di festa. Nessuno avrebbe potuto immaginare….

L’uomo: Bisognava prevedere.

Il ragazzo: E tu, l’avevi previsto?

L’uomo: Non avrei mai creduto che potessero essere così crudeli.

Il ragazzo: Nemmeno noi.

L’uomo: Ma non è una scusante. Avreste dovuto pensare a organizzare la ritirata all’epoca in cui il movimento è cominciato.

Il ragazzo: E tu, ci avevi pensato?

L’uomo: Ognuno avrebbe dovuto pensarci.

Il ragazzo: Se ci hai pensato, perché non sei fuggito prima, evitando di ritrovarti in una posizione così spiacevole?

L’uomo: Avevo voglia di vedere l’epilogo.

Il ragazzo: Eppure un epilogo prevedibile, per te. Allora, perché ti sei lasciato travolgere ?

L’uomo (con amarezza): Mio malgrado….A dire il vero, ho iniziato molto presto a odiare questa sporca politica; davvero presto ne ho
avuto abbastanza!

Il ragazzo: Chi ti ha costretto?

L’uomo: Ragazzino, non credere di essere il solo a indignarti. Tutti condividono questa indignazione. Se no come giustificare tanti manifestanti nelle strade a sostenervi…..E a farsi massacrare.

Il ragazzo: Eppure, tu non sembri convinto del senso profondo della lotta di un popolo che combatte per ottenere la libertà e la democrazia….

L’uomo (riscaldandosi): La lotta di un popolo….! Tu vuoi parlare di qualche milione di abitanti di questa città, mani e pugni nudi, senza armi, solo con delle bottiglie di limonata e dei mattoni per opporsi ai fucili e ai carri armati. Un autentico suicidio…. Eroico forse, ma ingenuo e stupido! Le persone, purtroppo, non possono evitare questo genere di ingenuità e stupidità.

Il ragazzo: Compreso tu?

L’uomo (amaro): Compreso io.

Il ragazzo (più vicino): Hai rimpianti?

L’uomo (con freddezza): È troppo tardi per avere rimpianti.

Il ragazzo: La lotta del popolo per ottenere la libertà prima o poi trionferà. Anche se dobbiamo pagare col sangue.

L’uomo: E perché in questo caso sei fuggito di fronte ai carri?

Il ragazzo: Non volevo un sacrificio inutile.

L’uomo: Ma chi farà allora questo genere di sacrifici? Forse persone come me? Parli a nome di un popolo ma non sei capace di comandare su te stesso. Parli di vittoria finale ma non riesci a dominare neppure te stesso. Questa lotta per la libertà porterà solo alla morte: equivale al suicidio. Se non c’è più vita, che senso può avere ancora un’ipotetica vittoria finale? Tu ed io dobbiamo fuggire: è questa la verità!

Il ragazzo (visibilmente molto innervosito): Gli uomini non sono dei cani….

La ragazza (fermandolo): Lascialo perdere. Presto sarà giorno!

Il ragazzo: Non posso sopportare questo genere di….

L’uomo: Ragazzino, forse tu non puoi sopportare….ma devi sopportare. Devi sopportare la disfatta. Questo entusiasmo cieco di fronte alla morte non serve a niente.

Il ragazzo: Tu parli solo di capitolare. Va allora ad arrenderti alla giustizia. Dichiara che sostieni il massacro, che tutti quelli che sono morti erano dei delinquenti, e che tu sai dove si rintanano due individui della stessa specie, che hanno il corpo ancora coperto di tracce di sangue!

L’uomo (ridendo con freddezza): Non sono nemmeno sicuro che funzionerebbe. È piuttosto te che libererebbero. Posso già sentirli: tu sei ancora un bambino….ti sei fatto raggirare….quelli che ti hanno incitato alla sommossa sono persone come me…..Può darsi che abbiano già scritto una confessione. Gli sarà sufficiente trovare il ragazzo che “spontaneamente” la pronuncerà davanti alle telecamere della televisione….

Il ragazzo: Questa insinuazione mi offende, è un insulto nei miei confronti, alla mia personalità!

L’uomo: E tu credi che loro si interessino della tua personalità? Il tuo preteso popolo, lo schiacceranno fino a ridurlo in poltiglia…e oltretutto in nome del popolo. Te lo ripeto: è con la fuga che ci dobbiamo confrontare, è il nostro destino, tuo e mio. (Mormorando) Il destino umano, è sempre la fuga!

(Si sente, molto vicino, una sventagliata di mitra. Si sono ravvicinati e si stringono gli uni contro gli altri. Grattano alla porta)

Estratto dal testo pubblicato nel volume “La Fuga”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani (Titivillus Edizioni, 2008) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “La fuga”

Schermata dell’account Twitter di Christophe Cotteret

Christophe Cotteret, francese, che si divide tra Europa, Libano e Tunisia, è regista teatrale e documentarista.

Dal 2006 lavora a Projet Liban, sette movimenti, sette spettacoli, dedicati ai conflitti nel Medio Oriente e alle recenti rivoluzioni arabe, ponendo al centro l’attualità, il trattamento che i vari media fanno di una notizia, attraverso l’uso dell’immagine, fondando un nuovo teatro politico documentario.

Alla rivoluzione tunisina del gelsomino in particolare è dedicato il suo primo lungometraggio documentario Démocratie Année Zéro, che ha appena terminato di girare.

Ci siamo dati appuntamento su Twitter per una Tweet-intervista in dieci domande in cinque giorni, da lunedì 23 a venerdì 27 luglio.

Ogni giorno posterò due domande alle quali Christophe risponderà durante la giornata.

Argomenti: attualità, media, rivoluzioni, Medio Oriente, Maghreb, drammaturgia, spettatore, nuove tecnologie e ancora piazze.

Seguici su Twitter!   Il nostro hashtag è #TwInt

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Le rivoluzioni nel teatro |Tweet_intervista a Christophe Cotteret

di SIMONA POLVANI – lunedì 23 luglio, ore 15.17

Christophe Cotteret

In alcuni momenti sembra che non esistano. Non occupano le prime pagine dei giornali e  dei siti web, i notiziari di radio e tv, e noi ce ne dimentichiamo. Possiamo persino avere l’illusione che non siano mai esistite oppure che si siano risolte. Accade per molte vicende e sicuramente accade con i conflitti che interessano il Medio Oriente. E già in questa fase di passaggio, meno violenta, sta avvenendo con le nuove rivoluzioni nel Nord Africa, che hanno decapitato nel corso del 2011, dittature ultra decennali, archiviando figure come Ben Ali, Mubarak, Gheddafi, mentre altri venti rivoluzionari, per ora sedati, soffiano, – pensiamo al Barhain- e la Siria è spaccata, messa a ferro e fuoco nelle ultime settimane dalla lotta che contrappone i rivoluzionari o ribelli- per il regime terroristi- da una parte e l’esercito governativo di Assad dall’altra, responsabile di quello che si configura come un nuovo genocidio. Si tratta ad ogni modo di conflitti e rivoluzioni culmine e insieme innesco di dinamiche complesse, che incidono sugli equilibri politici ed economici internazionali globali, spesso ardue da decifrare e comprendere appieno per chi non viva o provenga dalla regione e ne venga a conoscenza solo attraverso i media, tra immagini scioccanti, cronache serrate di fatti che raccontano cosa succede, ma difficilmente chiariscono gli originari perché.

Un’immagine della primavera araba

Alla questione dei conflitti mediorientali, alle rivoluzioni arabe e al rapporto tra politica e immagine nella gestione del potere e nella produzione e definizione di un conflitto, si interessa da tempo Christophe Cotteret. Giovane artista francese –  è nato nel 1976 -, che si divide tra Europa, Libano e Tunisia, Cotteret si esprime attraverso il teatro, il video e il cinema, concependo come autore-regista progetti originali, che hanno come comune denominatore la cifra politico-documentaria.

Formatosi come regista presso la Scuola internazionale di Teatro di Blanche Salant e Paul Weaver a Parigi, prosegue i suoi studi sui differenti codici della recitazione, nelle arti tradizionali orientali in particolare, si perfeziona con personalità quali Ariane Mnouchkine (Théâtre du Soleil), Pei Yanling (Opera di Pechino), Sadanam Balakrishnan (International School of Kathakali – Nuova Delhi), e frequenta lo studio Merce Cunningham a New York. Nel 1998 fonda a Parigi la compagnia Arcinolether, composta da artisti francesi, belgi e libanesi, con la quale porta avanti la propria ricerca che unisce teatro, performance, installazione, con integrazione delle nuove tecnologie digitali e del video – alla cui creazione ha iniziato a dedicarsi nel 2008- in progetti rivolti al pubblico adulto, all’infanzia e all’adolescenza. Dal 2002 al 2005 ha vissuto a Beirut, dove ha insegnato didattica teatrale all’Università St-Joseph, per poi trasferirsi a Bruxelles dove attualmente risiede.   L’ultimo progetto in corso è la realizzazione del suo primo film documentario.

Immagine da Connexions di Christophe Cotteret, “L’acteur est-il un nouveau média?” (L’attore è un nuovo media?”) dallo streaming su selfword.net

Nel marzo 2011, comodamente seduta sul mio divano in Italia, assisto in streaming sulla piattaforma selfword.net a un esperimento performativo curato da Christophe Cotteret che va in scena nel bellissimo spazio teatrale del Tinel al Centre National des écritures du spectacle – La Chartreuse a Villeneuve- lez – Avignon, Francia. Lavora con i giovani allievi dell’Alta Scuola di Teatro della Svizzera Romanda – La Manufacture (La Haute Ecole de Théâtre de Suisse Romande). La performance, che non ha titolo, se non un generico connexions, indaga e prova a rispondere alla domanda “L’attore è un nuovo media?”, tema dell’omonima Sonde 03#11. Tra schermi, computer, microfoni a vista, riprese live, canti e danze, i giovani attori affrontano su un palco all’apparenza caotico vari temi dell’attualità, per risalire a questioni archetipiche – come la definizione del ribelle- , facendosi attraversare dal flusso di notizie, provando a impadronirsene, a spaccare i meccanismi subdoli della mistificazione, seminando interrogativi sul ruolo del teatro in rapporto all’immediatezza del reale.
È questo il primo incontro con la scena multimediale e multitecnologica di Cotteret di cui si intuisce la portata innovativa anche da un esperimento con dei giovani attori.

Christophe Cotteret ad APREM – photo courtesy by Alessia Contu

Secondo incontro. Cotteret fuma. Parla e fuma. Sono allergica al fumo e mi sembra quasi di sentirne l’odore. In realtà lui è a Parigi, e noi a La Fabrique de Théâtre appena fuori Mons, in Belgio, per il primo appuntamento di APREM (26-28 aprile 2012), nuovo dispositivo di sperimentazione dedicato alle scritture in mutazione. In assenza fisica, lo leggiamo su Twitter e lo vediamo in collegamento skype su uno schermo che occupa una delle pareti del palcoscenico. È appena rientrato da Tunisi. Partecipa a un dibattito con un breve contributo sul teatro politico, il suo teatro politico documentario a partire dal Projet Liban (Progetto Libano). Si tratta di un progetto teatrale pluriennale, articolato in sette Mouvements (movimenti) – ognuno uno spettacolo a sé stante – che affronta sotto diversi aspetti politico-filosofici i conflitti contemporanei in Medio Oriente. Projet Liban attraverso una singolare ricerca dal punto di vista estetico e intellettuale, porta il teatro nel territorio immediato e friabile dell’attualità, in cui raramente si avventura. Prova così ad appropriarsi delle sue icone e dei suoi meccanismi di funzionamento, per dipanarli, creando un nuova declinazione del teatro politico contemporaneo, il quale sceglie come strumento per tessere il racconto l’immagine e non il testo e sfrutta le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie digitali.

Foto di scena da “#3 Les marchands de sang- Réflexion sur le terrorisme d’état et ses outils au Moyen-Orient à partir de l’actualité 1975-1991”

Dei sette movimenti, quattro sono finora quelli realizzati, rappresentati in teatri e festival in Francia, Belgio, Libano, Egitto, Giordania, Algeria: #1 Les heures noires – Chronique désabusée du conflit israélo-libanais de l’été 2006 (Le ore nere – Cronaca disillusa del conflitto israelo-libanese dell’estate 2006) (2009);  #2 Au commencement était le Verbe – 60 ans (1947-2007) de discours au sein d’une assemblée de l’ONU reconstituée (In principio era il Verbo – 60 anni (1947-2007) di discorsi in seno all’Assemblea ricostituita dell’ONU), in cui vengono ricostruite le tappe successive dei conflitti arabo-israeliano e interarabi dal voto del piano di spartizione della Palestina nel 1947 all’ONU fino ai nostri giorni (2009); #3 Les marchands de sang – Réflexion sur le terrorisme d’état et ses outils au Moyen-Orient à partir de l’actualité 1975-1991 (I mercanti di sangue – Riflessione sul terrorismo di stato e sui suoi strumenti in Medio-Oriente a partire dall’attualità 1975-1991) (2009). Il #4 Ahlan wa Sahlan (bienvenue) [Ahlan wa Sahlan (benvenuto)] avrebbe dovuto essere dedicato al Libano e alla rivoluzione del Cedro, ma quando viene creato, nei primi mesi del 2011, l’attualità della primavera araba si impone, proponendo a Cotteret una sfida ancora più interessante: può il teatro appropriarsi delle rivoluzioni in corso?
I Mouvements successivi, dai titoli evocativi, sono: #5 Inter arma silent musae – Réflexion sur le présumé choc des identités et des civilisations (Riflessione sul presunto scontro tra le identità e le civiltà) ; #6 La mort n’éblouit pas les yeux des partisans – Réflexion sur l’utilisation des combattants à des fins partisanes (La morte non abbaglia gli occhi dei partigiani – Riflessione sull’uso dei cambattenti per fini partigiani); #7 Les noces de Cana – Le cercle de la violence et la récurrence des évènements (Le nozze di Cana – Il cerchio della violenza e la ricorrenza degli eventi).

Foto di scena da “#02 Au commencement était le Verbe – 60 ans (1947-2007) de discours au sein d’une assemblée de l’ONU reconstituée”

Incontro Cotteret. infine in carne ed ossa, in un piccolo caffè-bistrot nel Marais, a Parigi, lo scorso maggio. È in fase di montaggio del suo primo lungometraggio documentario sulla rivoluzione tunisina, intitolato Démocratie Année Zéro (Democrazia Anno Zero). Ha vissuto un anno a Tunisi a contatto con i rivoluzionari, nella fase di transizione verso un nuovo ordinamento politico democratico. Ci raggiunge il suo amico Jérôme Heurtaux, giovane docente di scienze politiche all’Università Paris-Dauphine a Parigi e a Tunisi, esperto in transizioni democratiche e cambiamenti di regime, il quale sta scrivendo un volume sulla rivoluzione tunisina dal punto di vista invece degli ex esponenti governativi. La discussione è feconda. Ho quasi la certezza di aver appreso più in quella sola ora di ascolto e domande che dalle notizie dei media nel corso del 2011. Sul minuscolo tavolino rotondo a cui siamo quasi aggrappati nella notte parigina sento il riverbero delle voci di uomini e donne, portatori di diverse istanze, che Cotteret e Heurtaux hanno incontrato. Si mescolano i loro differenti sguardi e sensibilità. Si concretizzano le parole arabi, musulmani, gelsomini, lotta rivoluzonaria, democrazie, liberate dall’opacità di molti luoghi comuni.

Schermata dell’account Twitter di Christophe Cotteret

La Tweet_intervista con le potenzialità e i limiti del suo formato, la fragilità del flusso in cui si è presi, la temporalità che implica, prova a esplorare le dinamiche del comunicare di un medium che si è rivelato potente ed efficace come Twitter, anche nelle recenti rivoluzioni democratiche.

Con Christophe Cotteret cercheremo di addentrarci nel suo teatro e cinema politico documentario, nei suoi esiti e implicazioni, avendo come fari le parole, attualità, immagine, media, social network, rivoluzione, Medio Oriente, Maghreb, drammaturgia, spettatore, nuove tecnologie e ancora piazze.
L’appuntamento con Christophe Cotteret è sulla piattaforma Twitter per una Tweet-intervista in 10 domande e relative risposte in cinque giorni da lunedì 23 a venerdì 27 luglio.
Seguiteci!
Istruzioni per seguire l’intervista
1. Se non lo avete già, dovete crearvi un account su twitter.com
2. Diventate follower di Simona Polvani (http://twitter.com/simonapolvani) e Christophe Cotteret (https://twitter.com/cotteretchris)
3.  Siete invitati a connettervi ogni giorno, o comunque nel modo più regolare possibile. Per cinque giorni (dal 23 al 27 luglio), Simona Polvani pubblicherà sulla sua pagina Twitter due domande per Christophe Cotteret, che risponderà il giorno stesso dalla sua pagina. L’hashtag è #TwInt. L’intervista sarà in italiano e francese. Simona Polvani tradurrà domande e risposte e le ri-twitterà sulla sua pagina.
4. Prontuario di decriptaggio:

  • ogni domanda di Simona Polvani sarà costituita da un solo Tweet e sarà preceduta dalla lettera D (Q come Question, domanda, nella versione francese) seguita dal numero relativo alla domanda (es: D1 (Q1 in francese) indica la prima domanda, D2 (Q2 in francese) la seconda e così via)
  • ogni risposta di Christophe Cotteret potrà essere costituita da più Tweet e sarà preceduta dalla lettera R seguita dal numero relativo alla risposta e dal numero relativo al Tweet ( es: R1/1 indica il primo Tweet di risposta alla domanda D1, R1/2 indica il secondo Tweet di risposta alla domanda D1, e così via…)
  • l’ultimoTweet di risposta contiene alla fine la lettera F

di SIMONA POLVANI – giovedì 19 luglio 2012, ore 14.06

Rodolfo Sacchettini, photo courtesy by Ilaria Scarpa

“Un giovane uomo fatto di teatro e per il teatro”. Così si può definire Rodolfo Sacchettini, neo presidente dellAssociazione Teatrale Pistoiese, in possesso di un curriculum, per la sua età – trentuno anni – di notevole spessore. Critico teatrale, docente universitario, curatore e conduttore di una rubrica radiofonica teatrale su Radio Toscana Classica, autore di volumi, organizzatore, attualmente condirettore artistico del Santarcangelo Festival, il festival dedicato al teatro di ricerca più longevo d’Italia.
Lo incontriamo a Santarcangelo, curiosi di capire sotto quale segno sarà la sua presidenza.

Presidente dell’Associazione Teatrale Pistoiese, una delle reti teatrali toscane più importanti e attive. Come intende il suo ruolo?
Dal 2000 ad oggi mi sono occupato di teatro da vari punti di vista, partendo dalla critica, con la scrittura, l’osservazione, lo scavo. A questi ho però sin dall’inizio voluto affiancare un lavoro attivo, organizzando e progettando, credendo nella costruzione concreta di contesti. Adesso mi trovo a ricoprire un ruolo inedito, di cui sono molto onorato, consapevole del suo prestigio. Indubbiamente si tratta di una funzione più istituzionale, meno concreta e pratica rispetto alle mie precedenti. Il presidente ha tuttavia un ruolo fondamentale: indicare le linee guida dell’attività dell’Associazione Teatrale Pistoiese, ossia dare una visione al progetto. È un’avventura a cui spero di poter contribuire con ciò che so, consapevole già che imparerò molto.

Lei è un critico teatrale. In cosa questa specificità potrà giocare un ruolo nella direzione dell’ATP?
Credo si tratti del modo di vedere le cose. È un momento in cui tutti dicono che è un grande periodo di crisi, ma la crisi si può vivere e interpretare in tanti modi diversi. Da essa si possono creare movimenti sorprendenti, inattesi. Il mio ruolo sarà allora quello di leggere i cambiamenti e interpretarli nel modo più vitale possibile, contribuendo con il mio approccio da critico a portare uno sguardo diverso, che sia all’altezza dei cambiamenti facendo però umilmente cose concrete. Il teatro è un luogo di cultura attiva. Penso sia importante tornare a pensarlo con un pizzico di utopia, riscoprendo quell’elemento antico, antropologico che lo connota dall’inizio della sua storia: essere un luogo in cui si ci riunisce e vorremmo che accadesse qualcosa. Nel teatro, anche oggi, la polis come comunità può ritrovarsi, per essere un’assemblea e condividere un’esperienza.

L’ATP ha una stagione fondata su spettacoli di prosa cosiddetti classici. Sono rari gli spazi dati a ciò che di più nuovo e giovane anima la scena teatrale contemporanea. Prevede continuità o discontinuità in questo senso?
È iniziata una fase di ascolto e osservazione per capire il territorio pistoiese, che come ogni territorio ha la propria identità e le proprie storie. Riguardo alle scelte sulla direzione da prendere rispetto ai generi teatrali, secondo le definizioni a volte discutibili di prosa, teatro contemporaneo, teatro di ricerca, ci sarà tempo per capirle.
Il teatro è da sempre uno e plurale. La questione dei generi è importante, ma è fondamentale ritrovare il piacere degli accostamenti inediti, e apparentemente improbabili, ibridare, consapevoli che il teatro è un’arte impura, dalle mille porte in cui entrare e uscire, non a caso è diventato nel tempo un crogiuolo di esperienze artistiche diverse. Possiamo partire da Pistoia e dalla sua provincia per ridisegnare e arricchire la mappa della città, ridare energia, facendosi forti di ciò che già esiste in potenza, inventando nuove relazioni e incrementando quelle che già sussistono. In prospettiva una delle priorità in questo senso è rimettere in funzione la Saletta Gramsci, spazio dal passato glorioso, dove negli anni ’80 è andato in scena del teatro straordinario. È evidente che la riapertura comporta tempi non brevi, poiché si parla di ristrutturazione e messa in sicurezza.

L’ATP da sempre svolge attività rivolte ai bambini e adolescenti. Tuttavia si ha ancora l’impressione che molti giovani siano diffidenti nei confronti del teatro. Come si pone di fronte a questa problematica?
Credo che il rapporto teatro-giovani sia biunivoco. C’è una questione ben nota legata al teatro ragazzi, che è un teatro importante, ma considerato spesso un servizio. Il teatro per i ragazzi e con i ragazzi è fondamentale perché ha ricadute sociali determinanti. Nei prossimi anni, tuttavia, vorrei provare a introdurre un ulteriore punto di vista: non sono infatti solo i ragazzi ad avere bisogno del teatro, ma è il teatro stesso ad aver bisogno dei bambini e dei ragazzi, in un rapporto profondo con l’infanzia. Vogliamo ritrovare l’infanzia del teatro, pensiamo anche solo a tutto ciò che è l’invisibile, al valore dell’immaginazione, per poter rigenerare il teatro stesso.

Per concludere, ha un ricordo teatrale legato a Pistoia?
Certo. M sembra risalire a molto tempo fa, anche se in effetti è meno lontano di quanto si possa pensare. Era il 2004 e riguarda il festival Fucine Tillanza, organizzato da alcuni cari amici, che mi invitarono a intervenire nella programmazione teatrale. Scelsi “Tragos” della compagnia “I sacchi di sabbia” e “Zero spaccato” di Leonardo Capuano, due spettacoli cosiddetti di ricerca, molto comunicativi, che si tennero proprio alla Saletta Gramsci. Fu un’esperienza molto bella.

[versione integrale dell’articolo pubblicato su Il Tirreno, lunedì 16 luglio 2012]

di SIMONA POLVANI – venerdì 13 luglio 2012, ore 16.27

Dalla Tweet_intervista – Tweet di domanda D1 e primo Tweet di risposta R1/1

Dall11 al 15 giugno scorso Silvia Bottiroli, tramite l’account di Santarcangelo Festival, di cui è direttrice artistica, ha risposto a dieci domande, due al giorno, più una undicesima extra, in forma di Tweet.
I temi trattati hanno spaziato dalle qualità del buon curatore artistico al valore del lavorare in team,  passando per le esperienze divergenti e similari di Marco Baliani e del Théâtre du Soleil, l’identità e il valore del gesto teatrale, con citazioni godardiane, la programmazione al tempo della crisi, tecnologia & teatro, per giungere a uno sguardo sul denso programma del Santarcangelo Festival, che inizia oggi (13 -22 luglio), con il suo teatro nelle piazze e gli omaggi all’insuperabile John Cage e salutarci con qualche libera associazione.

Silvia Bottiroli, nella sintesi di un tweet di solo testo, dalle parole suggestivamente evocative, oppure arricchito da link di video o foto, dipana un discorso radicato in una fertile cultura critica, leggero e deciso, disegnando prospettive in cui la capacità di sogni e visioni si coniuga con il fare concreto.
Alcune risposte hanno sollecitato followers al dialogo, che si è così allargato in alcuni momenti al di là dell’intervista ed è diventato a “più voci”.
Chi non avesse potuto seguire allora la nostra intervista sulla piattaforma Twitter potrà trovarla ora trascritta in versione completa, sia nell’originale italiano che nella versione in francese (twittata in due giornate, il 15 e il 27 giugno), nella pagina Twitter-Interviste/ Silvia Bottiroli. Sempre in forma di Tweet!
Buona lettura!

 

A mezzanotte in punto
ti do un bacio
di medusa

D’acqua ti cingo,
ti avviluppo.
Con impalpabili, lunghe
lingue
ti lecco, ti
succhio, ti bevo –

carne docile ai denti. Mare in sommossa

Simona Polvani

Il prossimo 30 giugno presento a Nottilucente, nella cornice senza tempo di San Gimignano, la mia prima video installazione, “In apparenza”, realizzata in collaborazione con Federico Fiori e Francesca Lenzi.

In apparenza / primo verso

 

In apparenza è un moto a luogo. Coglie il momento di passaggio in cui qualcosa che già è, traspare, appare, arriva alla luce. Qualcosa che non brilla sotto gli occhi del sole, per quanto esso già sia e viva, sulla pietra, su un muro. Per fare un patto con i nostri occhi attende che la luce abbandoni il giorno e la notte cali. Sorge allora lentamente e si dà alla nostra vista, perché essa possa toccarlo, accarezzarlo, divorarlo.

In apparenza è un viaggio, da un bozzo di crisalide alla trasparenza e la vitalità del buio, evocando un Tu necessario a un Io. I viaggi, come le parole, talvolta, hanno bisogno di dita che li liberino.
La video-installazione, unendo una piccola_forma poetica e una proiezione video, crea un dispositivo di scrittura o apparizione testuale che funziona in base all’intensità della luce ambientale. Dalle 18 del pomeriggio, su una parete esterna del Duomo di San Gimignano, ora dopo ora, rigo dopo rigo, un testo si scriverà, per poi di nuovo scomparire nella notte, senza però cessare di essere. In apparenza riflette sulle condizioni fragili dell’esistere e sul tempo.

 

IN APPARENZA
video-installazione a cura di Simona Polvani
in collaborazione con Federico Fiori e Francesca Lenzi

Nottilucente viaggio dal tramonto all’alba
30 giugno 2012, Piazza delle Erbe, San Gimignano
ore 18 – 01.00 – ingresso libero


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A Nottilucente prenderò parte anche a PRIMA DI PARTIRE: Dialoghi all’aperto (ore 19.00 – 21.00, Piazza delle Erbe – ingresso libero). Con lo spirito di quando nei paesi era normale prendere una sedia e mettersi davanti alla porta di casa e raccontarsi storie a veglia, artisti, curatori, registi, scrittori e musicisti di Nottilucente, converseranno insieme agli abitanti sul tema del viaggio e sul proprio percorso creativo e poetico.
I dialoghi all’aperto, grazie a una vera mobilia domestica prestata per una sera dalle case dei sangimignanesi ed allestita “ad arte” da Alessio Bogani, evocheranno un’atmosfera antica e cordiale  in cui si potrà parlare di sé davanti a un buon bicchiere di Vernaccia. In collaborazione con Slow Food, Ass. ProverBio e A.U.S.E.R.

Siederò al tavolo con Azzurra D’agostino (poetessa e critica teatrale), Luca Mori (filofoso) e Massimo Paganelli (curatore e co-direttore artistico del festival Collinarea) e parlerò di viaggi, traduzioni e confini di lingue da attraversare, Agliana – Phnom Penh – (Miami) – Roma – Parigi – Mosca, drammaturgie.

Ci vediamo a Nottilucente?

Image

di SIMONA POLVANI – martedì 26 giugno 2012, ore 16.30

locandina Impatience

Ci sono titoli suggestivi e Impatience (Impazienza), coniato da Olivier Py per il proprio festival parigino dedicato alle compagnie giovani riesce sicuramente a cogliere quella urgenza giovanile di essere che è alla base di ogni atto creativo.
La quarta edizione del festival organizzata dallOdéon-Théâtre de l’Europe, dal Centquatre e da Télérama, in collaborazione con France Inter è andata in scena dal 9 al 14 maggio in tre  spazi teatrali situati in altrettanti quartieri di Parigi, a disegnare un triangolo ideale che ha unito il molto classico teatro all’italiana dell’Odéon-Théatre de l’Europe nel Quartier Latin, col moderno Atelier Berthier, periferia nord-ovest della città – nella sua vita passata vecchio magazzino per scenografie- e col Centquatre, periferia nord-est, caso estremo di riconversione, trasformato da sede del Servizio Comunale di Pompe Funebri (1905 -1998) in affascinante e smisurato centro culturale multidisciplinare. Un triangolo ideale con un obiettivo programmatico molto concreto: riuscire a coinvolgere pubblici tra loro lontani, geograficamente e socialmente.
Il programma articolato in sei spettacoli – per ognuno dalle due alle quattro repliche -, tutte creazioni compiute e non primi o secondi studi, scelta precisa e condivisibile del festival, ha offerto un’istantanea sulla creazione contemporanea di compagnie emergenti made in Francia, Belgio e Germania. Dalla visione d’insieme è emersa da una parte la varietà delle attrazioni verso temi e nuove forme di messa in scena, dall’altra la presenza di alcuni elementi ricorrenti, tra i quali la costruzione drammaturgica per frammenti; il tentativo di inglobare sempre più il pubblico nello spettacolo, interpellandolo in modo frontale con la modalità del racconto o del dialogo, vero o fittizio che sia, la polifonia dei linguaggi, una diffusa performatività attoriale.
A differenza di molti festival teatrali, Impatience è anche un concorso: in palio l’assegnazione del Premio Odéon-Télérama-Centquatre per il migliore spettacolo, conferito da una giuria di personalità del mondo teatrale, e il Premio del Pubblico, assegnato dagli spettatori che abbiano potuto assistere a tutti gli spettacoli.
Entrando nel merito dei singoli spettacoli, iniziamo proprio con il vincitore del festival. Critica e pubblico si sono trovati unanimi nell’assegnare entrambi i premi a Le signal du Promeneur, del belga Raoul Collectif, andato in scena all’Atelier Berthier. Promeneur: è attraverso l’azione del camminare in solitudine  che si raggiunge, secondo Rousseau, quel pensiero liberato che permette di cercare se stessi. Cinque sono i talentuosi performer del Raoul Collectif che danno vita ad altrettanti promeneurs realmente esistiti: il mitomane e familicida Jean-Claude Romand, Frizt Zorn autore del romanzo Marte, Christopher Mc Candless, la cui storia è nota ai più grazie al film Into the Wild, uno scienziato, con cui il Collectif è in contatto, che da ben trentadue anni sta cercando nelle foreste del Messico un esemplare vivo di pterodattilo e Mike Horn, avventuriero dei nostri tempi, con i suoi 40.000 km percorsi dall’Equatore verso l’Oceano Pacifico. Le loro biografie distillate diventano la materia organica intorno a cui si sviluppa la drammaturgia, in una narrazione non lineare in cui si passa senza soluzione di continuità e attraverso gli espedienti più improbabili e surreali, ma sempre nell’economia di uno spazio ampiamente svuotato, nell’uso di elementi scenici come allusioni e citazioni, da un personaggio all’altro, da un paesaggio all’altro, immersi nella natura profonda, chiusi in una cameretta angusta, come nell’ufficialità pomposa di un’aula di tribunale. La parola sempre politica e in qualche modo eversiva, disarmante, allarmante, ecologica è sostenuta e dissacrata dal canto, spesso a cappella e dall’uso di strumenti musicali, integrati in un meccanismo ritmato di azioni sceniche rocambolesche, dal gesto umoristicamente enfatico, che mettono in rilievo i talenti del collettivo. Forse alcuni passaggi non sono ancora del tutto risolti, ma il Raoul Collectif è già una potenzialità espressa.
Sempre nel parallelepipedo nudo e nero dell’Atelier Berthier è andato in scena Invasion!, dell’autore svedese Jonas Hossen Khemiri, regia di Antù Romero Nunes per il Thalia Theater di Amburgo. La ficcante pièce di Khemiri è un congegno drammaturgico audace, polifonico, parossistico. Attraverso l’inseguimento della parola Abulkasem, che passando di bocca in bocca muta, alimenta fantasie fino ad incarnarsi in un leggendario e potente terrorista arabo, la pièce mette in luce parodisticamente il meccanismo di generazione dei luoghi comuni e del pregiudizio. Nonostante alcuni snodi rischino un’eccessiva casualità, la fluidità della recitazione di scuola tedesca, il dispositivo narrativo, l’uso originale di alcuni oggetti, da una macchina del vento alle maschere, intermezzi musicali-danzati su una colonna sonora che va dagli Abba a creazioni elettroniche, conferiscono allo spettacolo una vivacità e freschezza originali.
Il Collectif De Quark ci offre la soddisfazione di vedere in scena al Teatro 6 del Centquatre La festa di Spiro Scimone (La fête in francese), che allude all’anniversario per i trent’anni di matrimonio di una coppia che vive con il figlio adulto. De Quark propone una scelta stilistica di fondo insolita: il ruolo della madre, la manipolatrice, recitato, quelli maschili, dei manipolati, letti libro alla mano, trasmettendo senso del controllo, instabilità e autenticità. Da un’atmosfera quasi da mise en espace la scena si trasforma prima in un set televisivo, riducendo e aprendo l’immaginario attraverso la duplicazione dell’immagine dei volti -maschera degli attori su due televisori in proscenio, in sala da ballo (le luci di una palla stroboscopica fanno brillare palco e platea), infine in un paesaggio da spaghetti western: in una vita scandita dal ritmo degli spot, per annunciare la morte del figlio non ci sono più parole ma fumetti.
L’Italia è di nuovo presente nel titolo e all’interno dello spettacolo, sotto forma di due celebri brani di Tenco eseguiti dal vivo, nella riscrittura della Medea dell’autore fiammingo Tom Lanoye, Mamma Medea, regia di Christophe Sermet, all’Odéon. Uno spettacolo appassionato, che contrappone da subito il nerbo viscerale di una robusta Medea e della sua famiglia di barbari (a tratti dolci e sensibili) alla leggerezza dandy del civilizzato, bello e sottile Giasone, le ragioni dei quali siamo chiamati di volta in volta ad abbracciare, quasi arbitri involontari di una coppia di vicini troppo litigiosa. Mentre nel primo atto l’ironia e l’energia tengono alto il ritmo dello spettacolo, il secondo scade in una prolissità e in un patetismo eccessivi. Il finale è comunque drammaticamente inedito: in questa storia di incomprensioni e nevrosi contemporanee, infanticidi sono entrambi i genitori.
All’amore tradito è dedicato anche Partage de midi di Paul Claudel, regia di Jean-Christophe Blondel, secondo spettacolo in scena all’Odéon. L’attenzione tutta estetica alla scena, con un chiaro astrattismo simbolico, è interessante. La regia tuttavia non sembra aprire alcuna nuova e attuale chiave di lettura di questo testo, forse datato, di Claudel, che concepisce l’amore come un triangolo tra uomo, donna e Dio, lacerato, e nel suo potere salvifico infine distruttivo. Dello spettacolo rimane però una delle immagini più belle del festival: Nicolas Vial onda sinuosa languidamente strisciante sul palco nella scena della nuotata, oltre alla rarità della musica suggestiva di Wu Na eseguita sul palco.
In chiusura di questa panoramica su Impatience, lo spettacolo che ha catturato il mio voto di spettatrice: Embrassez-les tous dell’autrice Barbara M. Chastanier, regia di Keti Irubetagoyena. Il testo mette in scena in alternanza le sedute psicanalitiche di una ragazza in cerca della propria memoria infantile, che svolge ricerche scientifiche sui bulbi olfattivi dei polli, un ragazzo che lavora in un’azienda che i polli li alleva e uccide, la di lui madre alle prese con una gravidanza senza padre, un giovane a guardia di un muro che divide un di qua e un di là. In scena un divano, un’installazione di polli di plastica luminosi, un’attrice (la madre, il ragazzo del muro), un attore (la ragazza, il figlio), una voce off che ci porta da una storia all’altra. Il testo cinico e laconico, la partitura drammaturgica, con le didascalie integrate nell’azione – l’interprete recita dicendo le didascalie-, la qualità della performance attoriale, con veloci entrate e uscite a vista dai ruoli e una grottesca naturalezza espressiva ci restituiscono l’ansia di un tempo che ci sfugge, che è andato perduto, esploso in fatti terribili – lo scenario sotteso è quello del conflitto israelo-palestinese – di cui non abbiamo memoria, ma ne sentiamo il vuoto, in cui barriere sono state erette tra geografie fisiche, sociali, psichiche.
Avendo attraversato i luoghi del festival, non posso dire se l’auspicio di coinvolgere vari pubblici sia stato esaudito. Posso tuttavia condividere la gioia di aver visto sale esaurite (strapiene).

[versione integrale dell’articolo pubblicato su Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012]

Cover Quaderni del Teatro di Roma n°7 – Estate 2012

 

 

Braccia bocche schiene
capelli trattenuti
culi tesi
abiti rivoltati
passi a singhiozzo
teste rovesciate
La tua barba

Solo all’indietro ho potuto percorrere
il periplo del castello

Affondando nell’odore inebriante
di gelsomino, mi sono graffiata
tra i sassi, con la mente finalmente
felice per la parola morta-
ritrovata nel buio accecante
risucchiata solo nel tuo sentire

Tra le tue mani impigliata, sono alga, anemone, corallo

Simona Polvani