archivio

Traduzione

IL MENDICANTE DI MORTE

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, inchiostro di china
Gao Xingjian, inchiostro di china

Il mendicante di morte scritto nel 2000, è un monologo a due voci ambientato in un museo di arte contemporanea, diventato una trappola, una gabbia. Nella notte, di fronte alle opere d’arte più disparate, si dipana un pensiero critico sulla società moderna, l’arte, la vita e la morte, tra impennate di sarcasmo e violenza e improvvise immagini dal lirismo evanescente.

Il testo ha avuto una prima mise en espace nel 2001 a cura di François Rancillac nell’ambito della Settimana della SACD (Société des auteurs et compositeurs dramatiques) allo Studio de la Comédie-Française a Parigi.
È stato messo in scena in prima mondiale nel 2003 in Francia, nell’ambito de “L’Anno Gao a Marsiglia”, al Théâtre du Gymnase, con la co-regia dell’autore e di Romain Bonnin.


L’inizio delle pièce

PERSONAGGI E SCENA

PARLATORE A, di età avanzata, nervoso
PARLATORE B, molto vecchio, burlone

Recitano lo stesso personaggio,personaggio, indossano lo stesso vestito nero. È preferibile che adottino una recitazione pronunciata, nella quale i loro sguardi non si incrocino mai. Anche se a volte le parole assumono la forma di un dialogo, si tratta sempre, in realtà, di un monologo, ma discontinuo, intervallato e in questo modo vivificato. Tuttavia, ciò non impedisce ai due parlatori di osservarsi l’un l’altro. In scena, alcuni oggetti e una figura femminile, che può essere un manichino in plastica o un calco in gesso.
Il testo teatrale può essere messo in scena sia in un teatro che in un museo. In quest’ultimo caso, gli spettatori seguiranno un itinerario, guidati dai due parlatori.

PARLATORE A Oh! C’è qualcuno? Oh, Oh!
Nessuno. Nessuno ti sente.Neppure il custode? Mi può aprire la porta? Signore, per favore! Perfetto, siamo rinchiusi in un luogo pubblico, chiuso però come uno scatolone, un museo di arte moderna, anzi, diciamo contemporanea.Niente scherzi! Non può rinchiudere un visitatore, ma è incredibile! Si va a giro come se si fosse per strada, abbiamo un’oretta buona per cambiare treno, senza sapere nel frattempo cosa fare, lasciamo la stazione seguendo il viale, la porta è spalancata, entriamo, pronti a pagare, ma la cassiera è assente… E ti ritrovi bell’e rinchiuso. Strana storia, no? Però non ha nulla d’interessante. (Ad alta voce) Signor custode! Un visitatore è rinchiuso nel museo, assieme ai vostri preziosi oggetti d’arte, non le fa nessun effetto?

 
Alza la testa.

Sotto la sua alta sorveglianza, attraverso molteplici telecamere, non vede uno sconosciuto, in grado di mettere in pericolo i vostri tesori? E tutto il vostro sistema antifurto non funziona più? Oppure tutte queste cose in realtà non valgono niente, hanno solo una funzione dissuasiva, ovvero decorativa? Lo deve comunque lasciar uscire un essere vivente dal suo blocco di conservazione! Non hotempo per divertirmi, devo prendere il treno, è l’ora, e del resto, secondo l’orario indicato all’entrata rimane ancora qualche minuto prima della chiusura, non avete nemmeno il diritto di chiudere così presto visto che siete un’istituzione pubblica finanziata con le nostre tasse. Inoltre, dovreste avere senso civico, al di là del vostro gusto estetico. Anche se potete mettere qualsiasi cosa in questo luogo, non avete alcun diritto di imprigionarvi i visitatori, qualunque sia il pretesto, che si tratti di una qualsivoglia nuova arte, o di anti-arte o di non-arte, o di qualunque cosa concettuale o virtuale che sia. Signor soprintendente, lei non può introdurre persone nel suo programma senza il loro consenso. No, non è possibile, anche se non mi oppongo a questo genere di giochi, faccia ciò che vuole, non mi concerne, però mi ha fatto perdere il treno, mi ha causato delle vere grane, e mi ha profondamente angosciato! Le dico, signor soprintendente, se il vostro sistema di sorveglianza funziona ancora, stia a guardare, sto per spaccare le bacheche e rompere le porte per tirarmi fuori dalla sua prigione, culturale o artistica che sia, nei miei confronti non solo ha già costituito una violenza spirituale, ma per di più attenta alla mia libertà personale! Se si ostina a tenermi prigioniero, declino ogni responsabilità!
 
Silenzio.

Se ne sono andati tutti, ma avrebbero prima dovuto percorrere tutte queste sale per assicurarsi che non ci fosse più nessuno. È ovvio che di solito non ci sono quasi visitatori, a parte per i cocktail dei vernissage.Che lavoro!
 
Una breve pausa. Ascolta.

Si direbbe che piova ancora. Se non fosse per ripararsi dalla pioggia, chi entrerebbe in questo posto scialbo e vuoto?

Grida.

Che cazzo! Mi fa innervosire!
 
Silenzio.

Nessun rumore. Ed è isolato così bene che non si riesce a provocare la minima eco. Questo isolamento così ben concepito e garantito è davvero spaventoso, peggio del deserto!

Un momento di silenzio.

Che fare, allora? Aspettare fino a domani l’ora di apertura perché qualcuno ti trovi, e venga chiamata la polizia per continuare a romperti le palle? Chiamarla anzi tu stesso? Ma ti ci vorrebbe un cellulare, quell’aggeggio che trovavi così irritante è assolutamente indispensabile quando si è presi in ostaggio.

Un momento di silenzio.

Dovresti trovare un segnale d’allarme, oppure una bombola di gas per accendere un fuoco, affinché il fumo faccia scattare il sensore sul soffitto. Ma come potrai spiegare che non sei né uno scassinatore né un incendiario? Considerato che ti sei introdotto senza biglietto, diranno! E chi potrà testimoniare che non avevi alcuna intenzione malevola? Altrimenti dovrai passare la notte qui,
docilmente, come un bravo bambino, assieme a questi rottami e rifiuti che si dicono arte, un autentico deposito di immondizia, e che grane ti procurerai!

Colpisce un oggetto esposto.

Potresti approfittare di questo spazio per divertirti, se almeno ci fosse qualcosa con cui distrarsi: parlare ad alta voce a nessuno, sfidare il vuoto, mentre osservi come l’arte falsamente contemporanea diventi questo: una cosa qualsiasi!

Colpisce di nuovo.

Esaminerai, anzi, diagnosticherai questa epidemia prima di essere contaminato dalla stessa follia. E passerai tutta la notte senza dormire, senza sapere se domani sarai ancora normale, con la mente ancora limpida. Chissà?

Fa una pausa.

Se il museo è chiuso definitivamente, in seguito a una cattiva manutenzione, o a causa di penuria di fondi da sperperare, oppure solo temporaneamente per lavori, in questo caso, già sotto il loro controllo, farai la fine di una mosca intrappolata in una vetrina, diventerai un esemplare essiccato, e il tuo scheletro, esposto, potrà completare la loro collezione.
 
Ride, mentre colpisce più volte un’installazione.

Che piacere essere esposti, e che fortuna essere stati scelti! Ti spiavano da dietro la cassa,  ti hanno lasciato entrare senza pagare, come uno scroccone, e hop! Ti hanno catturato, senza che potessi protestare. Ed eccoti qui, si potrebbe dire un tizio esposto gratis. Accanto a orinatoi di ogni sorta, americani e asiatici, a questi ready-made di ogni dimensione, dal frigorifero nuovissimo fino all’assemblaggio e al collage di vecchi gingilli, dalle cicche raccolte alle carte igieniche usate, a condizione che non puzzino, come anche a tutte queste lordure, forse disinfettate, e adibite ad altro uso, tutte messe in mostra e presentate, manca solo l’essere vivente.E perché no?

Dà ancora bruscamente qualche colpo.

Visto che tutti questi rifiuti, vera e propria spazzatura, sono entrati nel museo, sono stati catalogati, discussi nei termini più sofisticati, il misero uomo, la creatura più sudicia, più infernale, non ha anche lui il diritto di entrarci? Di sicuro e a buon diritto avrai il tuo posto qui!

Applaude.

E sei proprio tu, il tipo capitato qui!
 
Ride.

L’esposizione di un essere umano, che idea geniale! Sotto ogni aspetto, sia dal punto di vista antropologico che antropomorfico, tutto sarà registrato a livello digitale su CD-ROM e ne parlerà tutta la stampa.

Si è entusiasmato e colpisce sempre più forte.

Tutto a un tratto, i mass media ti renderanno universalmente noto, come un giocatore di calcio, e per di più, ti sarai risparmiato tanti anni di duro allenamento sui campi sportivi e di innumerevoli prove di gara, lontano dalla preoccupazione di romperti un arto, come in un turbinio affascinante, simile a un aquilone, sarai portato alle stelle per poi lasciarti cadere negli annali dell’arte, se chi ha ideato questo progetto otterrà un budget pubblicitario sufficientemente elevato per lanciarti così in alto e iscriverti nella futura storia dell’arte come il primo rappresentante esposto di specie umana.

Una pausa. Riprende le forze mentre respira profondamente.

E neanche tu puoi sottrarti al narcisismo proprio di ognuno. Una volta così onorato di essere stato scelto, apprezzato come un’opera d’arte, proprio tu, in quanto archetipo, sarai commentato, analizzato e sminuzzato, come una creazione perfetta, degna di discorsi più eloquenti degli oggetti esposti in precedenza.
 
È un po’ stanco, accenna una pausa.

Ciò nondimeno sei inevitabilmente in ritardo, sai bene che ai giorni nostri conta chi lascia per primo la propria impronta, poco importa cosa faccia, persino se si tratti solo di un gesto ridicolo, come masturbarsi davanti a una macchina da presa, o saltare da una finestra che si affaccia su un viale davanti a degli spettatori. Ovviamente, non è per suicidarsi, ma per compiere una performance ricadendo su un lenzuolo piacevolmente teso, per scriverla poi nella documentazioneartistica, e chi è in ritardo, per distinguersi, fa tabula rasa!

Getta una grossa palla per terra, creando un effetto sonoro di oggetti che cadono.

Abbasso i predecessori! E tutte le anticaglie! Ecco realizzata una rivoluzione dell’arte! Fare piazza pulita di tutti quelli che precedono è la regola assoluta, tanto nella politica quanto nell’arte, e la legge della rivoluzione fa la storia come al bowling, chi fa cadere vince!
 
Prende un’altra palla e la getta, creando un effetto ancora più sonoro.

Capite, per farsi notare, prima bisogna abbattere! Per distinguersi, prima calpestare, schiacciare, sradicare, espugnare, bruciare, eliminare fino a far scomparire, più o meno sterminare! La storia è fatta di violenza e sangue, mentre la storia dell’arte, molto più innocua, dà solo la caccia ai vecchi maestri per lasciare il posto ai giovani leoni, proprio come al gioco del tiro con la carabina al luna park, il padre insegna al figlio a sparare perché un giorno il figlio uccida il padre per diventare il capo. E abbattere Dio per sostituirsi al demiurgo, non è la stessa cosa?

Fa cadere qualcosa con un rumore fortissimo.

Visto che Dio è morto, ci si affretta a prenderne il posto, o almeno a identificarsi con suo figlio che sfortunatamente è unico, perciò tanti Gesù Cristi opprimono il nostro povero pianeta. E dato che il Figlio di Dio è nato per compiere una missione, e che il mondo è già stato creato e creato male, dal momento che tutti ne soffrono, un salvatore è ineluttabilmente necessario. Tanto più che l’uomo è destinato a penare sulla terra, da vivo, e se non è per ritrovarsi con l’incarico di salvare il popolo, sarà per salvare la propria anima. Ecco la fortuna umana, ma il problema è proprio qui: hai davvero un’anima? Chi può saperlo? Ah, misericordia, bodhisattva!
 
Scoppia in un riso sfrenato.

Dici cazzate, ma è proprio ciò che hai da dire!

Ride convulsamente.

Ti fai un happening, mostri quel briciolo di intelligenza che hai, ma la risposta a chi la chiedi?

Smette di ridere.

Rifiuti di essere esposto come un oggetto, mentre ti esponi per mostrare la tua identità, la tua creatività, ora, il vero problema è sapere se ne hai una.

Resta immobile.

Ammettiamo che tu ne abbia una. Ti credi chi sa chi, pur sapendo che non puoi crederti Dio. Allora ti metterai a filosofare, nel momento in cui comincerai a pensare, esisterai. In questo caso hai bisogno di trovare delle parole, materia prima di ogni pensiero, e siccome per l’appunto le parole ti mancano, basterà che tu ricorra ai giochi di parole.Dovrai trovare un artificio, come uno spago, per infilare le briciole di parole che hai appena raccolto qua e là, in frasi, concetti, teorie, prima di integrarle in una ideologia o di trasformale in utopia o in illusione. Eppure, essere pensatori, non è così facile, come tanti altri devi imbrogliare, mentre per riconfortarti fai finta di pensare, neppure per ingannare con cattiveria le persone, ma semplicemente per soddisfare il tuo ego col cervello. In fondo al cuore ti manca qualcosa, senza che tu sappia se si tratti della vita vera o dell’amore. Comunque, anche tu soffri… Altrimenti non ti esporresti così, come un ratto sconvolto che non
trova più la tana, o come un gatto in gabbia, arrabbiato di non poter uscire! Se una bestia intrappolata in un vicolo cieco si ribella, cosa dire dell’essere umano, questa specie miserabile, così nervoso e capriccioso, geloso e vanitoso e incurabilmente insaziabile! In questo caso, abbatte, lacera, sputa, devasta tutto ciò che non può avere, prima di essere distrutto da altri.
 
Trascinato dalla rabbia, diventa furioso.

Esplodi proclamando il Giudizio Universale: poiché persino Dio è morto, l’artista, che ha posto fine all’arte, morirà a sua volta! È questo ciò che vuol vedere, signor soprintendente? Questo gioco è talmente ridicolo! Se ha bisogno di animare il museo, sarebbe meglio chiuderlo per sempre, poiché l’arte è morta. Signor soprintendente, per quanto abbia costruito questo museo per porre fine all’arte, sappia che era già morta prima che lei ne assumesse la responsabilità. Quando l’artista si credeva un demiurgo proclamando la morte di Dio, l’arte era già in agonia. E il suo museo, che in realtà è solo un mausoleo, dovrebbe piuttosto trasformarlo in supermercato, del resto lo ha già fatto, ma anche questa è un’idea superata. Il problema è che il supermercato, ossia il suo museo, è quanto mai kitsch, quanto mai facile, quanto mai mediocre, del resto, per niente necessario alle masse che lei ha la pretesa di servire, mentre serve solo a lei. Per quanto lei provochi il pubblico, questo se ne sbatte. Se una provocazione c’è, è proprio nell’essersene sbattuti degli artisti per lasciare il posto al bricolage. L’arte è morta, davvero, l’arte nel suo museo è davvero morta, signor soprintendente, non è lei ad averla fatta appassire, inaridire, perire, no, affatto, lei deve porre fine alla rivoluzione dell’arte affinché i nomi dei rivoluzionari siano scolpiti su pietre tombali. Oh, che gloria, per gli assassini dell’arte!

Il Parlatore B appare di fronte al Parlatore A, mentre il Parlatore A, che rimane muto, mostra al pubblico solo le spalle.

PARLATORE B L’hai finito il tuo manifesto, il tuo blablà? Non sei stanco? La tua protesta, il tuo furore e il tuo rancore, a cosa servono? Sei solo un visitatore di passaggio, attraverso i cancelli, a quest’ora della notte, al chiaro di luna. Sei bloccato qui come un prigioniero. La tua fortuna sarebbe stata tutt’altra, se non avessi perso il treno. Eppoi, avresti agito diversamente. Ognuno ha il proprio destino, ma ogni cosa è fatta da una scelta, da una competenza e allo stesso tempo dal caso, in fin dei conti tutto è condizionato. Può darsi che il caso vero non esista, se non in un incidente d’auto, nella caduta di un aereo, in una bomba che ti piomba addosso, in uno sparo alla cieca, chissà? Ciò nondimeno la morte è inevitabile, è sicuro! Ti attende questa fine, definitiva e irrimediabile, ecco il tuo destino, malgrado tutto ciò che avrai fatto e ciò che avrai fallito, non le sfuggirai!

Parlatore B ride.

Estratto dal testo pubblicato nel volume “Teatro. Il sonnambulo, Il mendicante di morte, Ballata notturna”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani, postfazione di Antonietta Sanna (ETS Edizioni, 2011) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “Teatro” di Gao Xingjian

IL SONNAMBULO

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, L'allucinazione, 1983, inchiostro di china
Gao Xingjian, L’allucinazione, 1983, inchiostro di china

Gao Xingjian scrive il testo teatrale Il sonnambulo nel 1993.

L’inizio delle pièce

PERSONAGGI
Nello scompartimento del treno:
UN VIAGGIATORE
UN VECCHIO BARBUTO
UN RAGAZZO
UNA RAGAZZA
UN SIGNORE
IL CONTROLLORE
Nelle scene dell’incubo:
IL SONNAMBULO
IL SENZATETTO
IL NOTTAMBULO
LA PROSTITUTA
L’UOMO
L’UOMO SENZA VOLTO
Gli stessi attori interpretano i due ruoli nel rispettivo ordine.

1.
Scompartimento di treno illuminato dall’interno. Su ciascun lato tre poltrone rosse una di fronte all’altra. Sulla porta a vetri la scritta rossa «Non fumatori» è stata visibilmente grattata. A destra, un viaggiatore seduto vicino al finestrino con la tenda tirata; il secondo posto è libero; un vecchio barbuto, seduto nel terzo posto, rolla una sigaretta. A sinistra, una ragazza è stesa sulle poltrone, coperta con un cappotto, con la schiena rivolta verso gli altri. Un ragazzo si appoggia alla porta. Rumore di vibrazione del treno in corsa. Entra il controllore.

IL CONTROLLORE   Buonasera. I biglietti, prego!
IL RAGAZZO (sorridendo)   Mi hanno fregato il portafoglio.
IL CONTROLLORE   Con il biglietto?
IL RAGAZZO   Mi hanno rubato i soldi e le valigie in stazione. Che stronzata! Non c’era più tempo di…Parto per una gara, una gara internazionale.
IL CONTROLLORE   È uno sportivo?
IL GIOVANE   Sportivissimo! Faccio vela. Un cosa maledettamente cara, no? Per fortuna, ho uno sponsor, che paga sempre tutto. (Sorride)
IL CONTROLLORE   Non ha neanche i documenti?
IL RAGAZZO Sì. (Tira fuori un foglio)   Ho fatto denuncia alla polizia della stazione. (Il controllore prende il foglio e annota qualche riga su un taccuino) Jean –trattino – Claire F-a-b-i-e-n – trattino – M-a-le-r-o. Nome un po’ strano, no?
IL CONTROLLORE (rivolgendosi al vecchio barbuto) Signore, il biglietto, prego.
IL VECCHIO (continuando a rollare il tabacco, senza alzare la testa)  Sorry, I have not.
IL CONTROLLORE Non ha neanche soldi, suppongo?
IL VECCHIO No, no money.
IL CONTROLLORE Dove è salito? Dove è diretto?
IL VECCHIO (articolando con un accento strano) Sono uno
straniero volontario.
IL CONTROLLORE Do you speak english?
IL VECCHIO A little.
IL CONTROLLORE Well, where are you going?
IL VECCHIO Maastricht.
IL CONTROLLORE This train don’t go to Maastricht. Do you understand?
IL VECCHIO O.K.
IL CONTROLLORE Do you have a passeport?
IL VECCHIO Yes. (Si fruga in tasca e tira fuori un passaporto)
IL CONTROLLORE (guardando il passaporto) Abita a Parigi?
IL VECCHIO My brother lives in Paris.
IL CONTROLLORE Non è il suo passaporto, allora?
IL VECCHIO Why?
IL CONTROLLORE Non ha un recapito? Un domicilio fisso?
Niente?

Il vecchio lo guarda senza fiatare. Il controllore prende
qualche appunto e gli restituisce il passaporto.

IL CONTROLLORE (al viaggiatore)   Signore, prego. (Il viaggiatore gli dà il biglietto) Si trova in prima classe, è un biglietto di seconda.
IL VIAGGIATORE   Dov’è la seconda?
IL CONTROLLORE Si trova su un Trans Europe Express che non ha la seconda classe.
IL VIAGGIATORE   Ma non c’è indicato niente sul vagone, vede!
IL CONTROLLORE   Tutto ciò che è rosso, tappeti e poltrone rosse, indica la classe. Avrebbe dovuto prendere un treno prima, o il successivo, due ore e quindici minuti più tardi.  Deve pagare un supplemento. (Calcola) Duecentocinquanta franchi, per favore. (Il viaggiatore paga) Grazie. …Signora, prego!

La ragazza trova un biglietto nella borsa e glielo dà.
IL CONTROLLORE   Signora, il suo biglietto è scaduto.
LA RAGAZZA   Oh, mi scusi!
IL CONTROLLORE   Non ne ha un altro?
LA RAGAZZA   Sì, certo.
Si alza, prende cappotto e borsa, esce dallo scompartimento. Il controllore la segue. La ragazza si fruga nelle tasche del cappotto. Il ragazzo strizza l’occhio al viaggiatore e occupa il posto di fronte. Tira fuori un pacchetto di sigarette e fuma.
LA RAGAZZA È davvero strano… Non so come mai, non lo trovo più…
IL CONTROLLORE Le capita spesso?
LA RAGAZZA Veramente no. Forse… (Tira su il fondo del cappotto e mostra la gamba)
IL CONTROLLORE Eh… Beh (Le restituisce il biglietto) Buona fortuna, Signora!
Esce. La donna rientra nello scomportimento.
IL RAGAZZO (alzandosi) Mi scusi. Il suo posto…

Lei non risponde, riprende il suo posto vicino al finestrino. Si avvolge nel cappotto.
IL RAGAZZO (sedendosi accanto a lei, al viaggiatore) Lei ha comprato un biglietto, e le hanno fatto pagare una multa! (Gli mostra un pacchetto di banconote nascosto sotto la camicia e gli sorride) Pizzicano solo chi è in regola: buffo, no? Dovrebbe giocarci con quelli lì, solo questi trucchi funzionano.

Il viaggiatore ricambia il sorriso, poi prende un libro.

IL RAGAZZO (voltandosi verso la donna) Va in vacanza, mi pare? Oppure ha un appuntamento? Una visita importante? Dove va? Viene da lontano, no? Sbaglio? Oh, mi scusi. L’ho irritata? Una
semplice domanda, così, giusto per curiosità.
Un signore, che indossa soprabito e cappello, passa davanti alla porta, guarda l’insegna «Non fumatori» grattata e entra nello scompartimento. Si siede vicino alla porta, tira fuori un sigaro. Il ragazzo gli porge l’accendino.
IL SIGNORE Grazie. In tutto il treno, ho trovato solo questo angolino per fumare! È normale? (Si accende il sigaro e restituisce l’accendino al ragazzo). C’è un vagone letto, un vagone ristorante; c’è un menù, vino, formaggi, ogni servizio per non fumatori. Ma i fumatori, quelli, a quanto pare non hanno il diritto di viaggiare comodamente. Bel modo di concepire le cose!

Nessuno gli risponde. La donna spegne la lampada di fianco e chiude gli occhi. Il viaggiatore, tranquillamente sprofondato sul sedile, si è messo a leggere. La luce si affievolisce lentamente, mentre il rumore del treno diventa sempre più forte. Ognuno sonnecchia. Buio progressivo nello
scompartimento.

UNA VOCE (quella del sonnambulo nell’oscurità) Di notte, una pioggia fine che si infiltra dovunque. In questa città, eternamente inquinata dal gas e dal rumore delle automobili, non sai da quando,
né dada quando,né quanto tempo non hai più sentito la freschezza della pioggia. Passeggi per la strada, tutto il tuo corpo è bagnato dall’aria fresca. È fresca davvero? Non ti riguarda. Comunque, nessuna automobile, nessun passante. Nessuno ti disturba e non hai bisogno di cedere il passo. Nessun «Buongiorno», nessuno«Scusi». Ti risparmi tutte queste formule di cortesia, vuote di significato, e spesso così fastidiose. Sei stufo di questa vita che non hai davvero vissuto. In ogni caso, non hai ancora mai passeggiato con tanto piacere, in mezzo alla strada, senza urtare nessuno, senza rischiare incidenti.

La scena si illumina lentamente. Un angolo dell’incrocio in penombra, con un unico lampione che diffonde una luce molto fioca. Tempo nebbioso. Vestito con una lunga camicia, il sonnambulo, con le gambe nude, indossa un paio di scarpe pesanti con i lacci sciolti.

IL SONNAMBULO Ascolti i tuoi passi, il respiro, inspiri a pieni polmoni, profondamente… Solo i piedi hai al caldo, ma questo calore ti procura un dolce benessere. Certo, le tue scarpe sono un po’ pesanti, ma molto robuste. Assumi un’andatura grave, vai dove vuoi,  del tutto a tuo agio, senza
precipitarti né preoccuparti. (Cammina incrociando i passi) Non hai niente da fare, liberato dalle preoccupazioni quotidiane che ognuno si sforza di crearsi, come se tutti i problemi fossero svaniti, come se la vita tutto a un tratto non avesse più alcuno scopo. In ogni caso, qui, tu non hai più uno scopo preciso… (Riflette) né problemi particolari. Essere finalmente un uomo senza problemi… Ti chiedi se si tratti della felicità. E, alla fin fine, non puoi fare a meno di sentirti felice.  Tutti si tormentano, tranne tu che non hai angosce. Vorresti fare una dichiarazione solenne… ma la strada è deserta. Quindi, ti proclami, giusto per te, l’unico uomo senza problemi in questa città immensa! Accelera il passo, misura il selciato a grandi passi, zoppicando, e alla fine cade su delle scatole di cartone ammucchiate sul marcipiede, dall’altra parte della strada.
IL SENZATETTO Che cos’è? (Tira fuori la testa da una scatola di cartone) Chi sei?

Estratto dal testo pubblicato nel volume “Teatro. Il sonnambulo, Il mendicante di morte, Ballata notturna”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani, postfazione di Antonietta Sanna (ETS Edizioni, 2011) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “Teatro” di Gao Xingjian

par SIMONA POLVANI – samedi 10 novembre 2012, 23h51

Simona Polvani, à Paris

Je suis traductrice littéraire professionnelle du français vers l’italien, dramaturge, critique de théâtre et experte en communication dans le milieu culturel (cinéma, musique, arts visuels, littérature).
J’ai aussi une maîtrise en droit (mémoire sur le thème de la justice dans l’œuvre théâtrale d’Euripide).

Je viens de m’installer à Paris pour faire un Master 2 Recherche à l’Institut d’Études Théâtrales de la Sorbonne Nouvelle – Paris 3.

Je serais heureuse de vous faire découvrir, par des cours particuliers, individuels ou collectifs, l’Italien, ma langue maternelle, écrite et orale, et, par ce biais, vous donner la clef pour entrer au cœur de l’Italie et de son patrimoine culturel (artistes, auteurs de la littérature et de théâtre, cinéastes, la cuisine (eh oui !), villes & paysages….), en dehors de toute cliché.

Je suis aussi disponible pour vous assister dans vos recherches documentaires italiennes et pour toute rédaction, correction et traduction de vos documents professionnels.

Pour les professionnels du spectacle, je serais aussi ravie de vous guider dans l’apprentissage de la diction de mots italiens.

Pour me contacter: simona.polvani@gmail.com

Au plaisir d’avoir de vos nouvelles!

Florence, photo by Simona Polvani

Florence, photo by Simona Polvani

BALLATA NOTTURNA

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, “Danseuse”, 1990, inchiostro di china

Gao Xingjian scrive il testo teatrale Ballata notturna nel 2007.

“Libretto per uno spettacolo di danza” è il sottotitolo che dà a questa sua nuova pièce, l’ultima che ha scritto, che è una partitura per Lei – l’Attrice, una Danzatrice malinconica, una Danzatrice dinamica e un Musicista-Clown.
Nella pièce questi personaggi-figure disegnano un tragitto di parole e passi, cadute e scalate, voli verso l’alto e verso il basso, in un gioco beffardo, crudele, sensibile, tragico, di faccia a faccia, corpo a corpo, mente a mente della donna con l’uomo, folla, massa, Voi.

Ballata notturna è un percorso mentale e spirituale dentro il pensiero di una donna. Una sfida che viene lanciata per quello che Gao definisce un possibile manifesto femminile e non femminista. Sotto questo profilo Ballata notturna si trova in rapporto di prossimità e insieme si pone come evoluzione-superamento rispetto ad altre sue pièce precedenti. In particolare l’autore la considera connessa con Fra la vita e la morte (1991): ritroviamo infatti la radicalità verticale dell’uso dei personaggi di parlare di se stessi alla terza persona, con un singolare effetto estraniante, e il tema dell’esplorazione dell’universo femminile.

Ballata notturna è costruita – come denuncia il titolo stesso- come una ballata, una composizione per voce-canto e danza. ll testo-parola si integra in una partitura drammaturgica scritta per danzatori, in un rapporto ritmico in cui i personaggi femminili in scena sono lo sdoppiamento l’uno dell’altro.

Il meccanismo che ne risulta è multi-vocale: l’Attrice, trova il suo doppio nel personaggio Lei, la voce, e entrambe si proiettano nel corpo danzante, il doppio  umorale delle danzatrici, la malinconica e la dinamica. In questa pluralità e unicità di voci femminili, l’uomo è la figura muta del clown musicista.

 

L’inizio della pièce

RUOLI
LEI, interpretata dall’ATTRICE
DANZATRICE MALINCONICA
DANZATRICE DINAMICA
MUSICISTA, suona uno strumento (ad esempio un sassofono)

SUGGERIMENTI PER LA RECITAZIONE
Nella pièce, LEI, TU e IO formano assieme l’immagine di una
donna.
Quando l’ATTRICE interpreta LEI, mantiene il tono della narrazione.
Quando il soggetto è NOI, è meglio ricorrere a una recitazione
ben marcata, a volte burlesca.
Se il soggetto è VOI, ci si rivolge invece a un pubblico maschile,
l’ATTRICE dovrebbe recitare il ruolo di LEI con un tono a volte
provocante, a volte allegro.
La DANZATRICE MALINCONICA e la DANZATRICE DINAMICA sono
in realtà il doppio di LEI.

L’Attrice entra in scena.

L’ATTRICE  (rivolgendosi al pubblico)
Ecco a voi una ballata lirica un po’ datata,
che però risuona ancora,
triste, sempre tanto triste.
Una ballata cantata da una donna,
come un’insalata, ben speziata,
che troverete però crudissima.
Insomma, state per ascoltare
una ballata che vi incanterà,
se avrete la stessa sensibilità.

 L’Attrice inizia a interpretare Lei.

LEI   Di notte lei passeggia per la strada,
con la sua mente ristretta,
come una signora che sguinzaglia il suo barboncino,
lasciandolo ora correre, ora saltellare.

La Danzatrice Malinconica fa la sua apparizione sulla scena.

L’ATTRICE  Incrociate la sua figura sui marciapiedi,
davanti alle vetrine di un negozio ben illuminato,
sulla terrazza di un caffè, o di una casa del tè.
E agli angoli della sua bocca, un accenno di sorriso,
che vi cade dritto in faccia.
Un breve contatto col suo sguardo,
E’ più che sufficiente a farvi perdere l’anima.
Si direbbe una donna naturale,
ma non fatale.
Si direbbe una donna perduta,
ma non una donna pubblica,
una donna che gli uomini sognano sempre,
senza che nessuno meriti il suo amore.

 La Danzatrice Malinconica è scomparsa.

L’ATTRICE   E presto o tardi, chissà ?
A un tratto, eccola di fronte a voi,
in un vagone del metrò,
le sue iridi così azzurre e chiare come il cielo,
mentre le pupille sono scure come il mare,
sentite dei gabbiani battere le ali.
E lei, la testa appena reclinata,
si guarda le ginocchia strette.

 La Danzatrice Dinamica sale sulla scena.

L’ATTRICE  Dal suo profumo emana calore,
vicinissimo a voi, in ascensore,
appena aperta la porta, lei se ne è andata,
voi, nel corridoio, a pieni polmoni avete inspirato
solo l’odore di pesce fritto.

 La Danzatrice Dinamica è uscita di scena.

LEI  Donna dolce, donna crudele,
Donna sirena, donna demonio,
che la vostra vita reclama,
e che aleggia tra di voi e ovunque.

 L’Attrice ostenta un ampio sorriso. Poi la Danzatrice Malinconica entra
in scena.

L’ATTRICE  Attaccare le campanelle,
quella che suona quando il vento passa,
È lei.
Staccarle,
quella che rifiuta di suonare,
È sempre lei.
Un’andatura leggera,
una traccia furtiva
che mai riuscirete ad afferrare.
Proprio nel momento in cui credete di possederla,
subito se ne va,
e ciò che potete smuovere,
È solo l’amarezza che vi ha trasmesso.

 La Danzatrice Malinconica è uscita di scena.

L’ATTRICE  Il suo tragitto virtuale,
come il vento, come un canto.
Il suo percorso ha così segnato
il selciato delle strade e i cuori che ha attraversato,
cosi è tracciata la sua leggerezza.

 Il Musicista sale sulla scena e suona lo strumento.

LEI   Se vi ho detto lei,
Non sono io ad averlo detto.
Se lei vi dice che io volevo dire,
È per forza lei che voleva dire a voi,
E io è invece a suo nome che vi parlavo,
chiaro?
Su andiamo! Ma,
soprattutto, basta poesia,
che noia.

 La Danzatrice Dinamica entra in scena, la incrocia.

LEI   Per una farsa da donna,
dei versi lirici concepiti da voi uomini,
che buffonata!

L’ATTRICE  Oh oh, donna contro uomo,
una dura battaglia
Chi sarà  il vincitore?
Chi sarà  vinto?

La Danzatrice Dinamica esce di scena. Il Musicista china la testa,
immergendosi nella musica.

LEI   Che l’uomo abbia la ragione,
così da trovare un fondamento per il suo essere.
Quanto alla donna, tutto sta lì,
nella sua natura.
Può ben Dio aver creato questo mondo,
terribilmente assurdo.
Lei lo ha già in sé,
e in forma di dea,
non trova nient’altro che tristezza.
Questo mondo esisteva già ,
prima che Gesù Cristo nascesse.
Prima che Maria fosse vergine,
Eva commise già il suo peccato.
Prima di essere così
sacrificata o condannata,
aspettava solo di essere valorizzata.
Prima che l’uomo avesse bisogno di una credenza,
la donna aveva già il dono dei sensi.
Inutile inventare
giustizia, morale o doveri,
o insegnamenti qualsiasi,
È lei che dà vita al mondo.

Il Musicista smette di suonare, la guarda da lontano.

Estratto dal testo pubblicato nel volume “Teatro. Il sonnambulo, Il mendicante di morte, Ballata notturna”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani, postfazione di Antonietta Sanna (ETS Edizioni, 2011) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “Teatro” di Gao Xingjian

LA FUGA

di Gao Xingjian

traduzione di Simona Polvani

Gao Xingjian, “L’universo selvaggio”, 1984, inchiostro di china

 

La fuga  (1989) è il testo teatrale che ha causato a Gao Xingjian la messa al bando dalla Cina e la censura di tutte le sue opere.

Nel 1989, di fronte ai fatti tragici di Piazza Tienanmen, la repressione nel sangue dei movimenti studenteschi (e non solo) riuniti da giorni nella piazza, Gao Xingjian è sollecitato da un teatro statunitense a scrivere un testo che racconti quei fatti.

Gao scrive La fuga, che a causa della sua visione antieroica tradisce tuttavia le aspettative del committente,. L’autore non è disponibile ad apportare modifiche e il testo viene rifiutato.

Protagonisti della pièce sono tre personaggi: un intellettuale, uomo maturo, uno studente e una giovane attrice, che casualmente si trovano a condividere il tempo di una notte, nello spazio sinistro di un magazzino dove hanno trovato rifugio, cercando disperatamente di sfuggire alla morte. Fuori, l’esercito sta passando a ferro e fuoco la piazza e le strade della città.

Gao allude evidentemente alla notte del 4 giugno del 1989 senza però  mai chiamarla in causa direttamente.

Quei fatti diventano quindi l’occasione per allargare il campo di riflessione e scrivere un testo universale. Non solo e non tanto contro il governo di Pechino, ma contro tutte le ideologie che hanno caratterizzato il novecento e contro il potere liberticida, per riaffermare l’aspirazione dell’essere umano a vivere libero da condizionamenti che riducono il pensiero a quello del potere e ne sottopongono la vita all’infamia del terrore e della violenza.

La fuga è anche un manifesto dello status dell’artista, che sceglie di stare ai margini della società per essere libero nel creare e assicurare autenticità alla propria opera.

Al tema politico si incrocia un tema ricorrente della drammaturgia dell’autore cinese: il rapporto problematico e perverso- a tratti – tra l’uomo e la donna e la volontà di quest’ultima di trovare e rivendicare un’autonomia di pensiero e di visione del mondo rispetto a quella dell’uomo.

L’inizio della pièce

Personaggi
Il ragazzo (20 anni)
La ragazza (22/23 anni)
L’uomo (40 anni)

La pièce si svolge in un deposito dismesso, in una grande città. Inizia nelle ultime ore della notte e termina al sorgere del sole.

1.

Oscurità totale. Si sente, non lontano, il boato di una colonna di carri armati che avanzano rumorosamente sul viale asfaltato. I fucili d’assalto mitragliano senza tregua. Lentamente, l’oscurità lascia indovinare un luogo in rovina, una sorta di deposito nel cuore della città. A sinistra, una piccola porta arrugginita. Si apre. La luce dei lampioni spazza il locale.
Un ragazzo entra, ansimante. Cerca di identificare, nella penombra, questo strano posto. Ai quattro angoli sono ammonticchiati vari oggetti e attrezzi dalle forme indefinite.

Il ragazzo (verso l’esterno): Presto, entra!

La ragazza: Non c’è nessuno?

Il ragazzo: Sssst !

La ragazza (respirando con difficoltà): È così buio, non si vede niente.

Il ragazzo: Una volta abituati, andrà meglio….(chiudendo la porta precipitosamente). Se nessuno vede nessuno stiamo al sicuro.

(La ragazza si addossa alla porta e respira profondamente. Si sente di nuovo il rumore sordo di una mitragliatrice)

Il ragazzo: Uccidono ancora!

La ragazza: Quando hanno aperto il fuoco, all’inizio, pensavo sparassero in aria con proiettili di plastica….Chi avrebbe potuto immaginare si servissero dei riflettori per inseguire la folla e mitragliarla?

Il ragazzo: Utilizzano anche le pallottole esplosive!

(Ispezionano il luogo)

La ragazza: Ehi! Da dove arriva questo sangue sulle mani?

Il ragazzo: Sei ferita?

La ragazza (palpandosi il corpo): Dappertutto….sangue dappertutto!

Il ragazzo: Ma dov’è la ferita?

La ragazza (piangendo): Tutto il mio corpo….tutto il corpo.

Il ragazzo: Non così forte: potrebbero sentirti da fuori!

La ragazza (crollata, accasciata): Tutto il mio corpo….

Il ragazzo (palpandola): Esattamente dove ti fa male? Presto!

La ragazza: Il petto! Non posso più respirare. Sto per morire…..

Il ragazzo: Calmati. Il sangue è solo sul vestito. Forse è il sangue di qualcun altro, ti ha sporcato.

La ragazza: Vivrò?

Il ragazzo: Che domanda! Certo che vivrai!

La ragazza: Non voglio restare invalida…..

Il ragazzo: Non dire stupidaggini: le mani, le braccia….non ti manca niente.

La ragazza (dopo un lungo silenzio): La vedo….

Il ragazzo: Chi?

La ragazza: La vedo….quella ragazza che fuggiva con me. Si teneva la pancia. Aveva appena aperto la bocca per gridare quando è caduta in ginocchio. Il sangue le colava tra le dita…..

Il ragazzo: Lo so. I carri armati erano proprio dietro di voi. Schiacciavano tutto: gli striscioni, i cassonetti, le biciclette, le tende.

La ragazza: Sì, le tende…..Credo che molte persone della nostra stazione radio ci siano rimaste. ……Non ce la faccio più ad alzarmi.

Il ragazzo: Distendi le ginocchia!

La ragazza: Questo dolore acuto….

Il ragazzo (palpandola di nuovo): Non è niente, solo dei graffi. Se no, come avresti fatto a correre così lontano?

La ragazza: Tu mi hai tirato fin qui…..

Il ragazzo: Ho capito che eri nel panico. C’è mancato poco.

(La ragazza lo abbraccia all’improvviso)

La ragazza: Dimmi, sono ancora in vita?

Il ragazzo: Vivremo tutti …..almeno quelli che ce l’hanno fatta a fuggire dalla piazza.

(Si sente, non troppo lontano, il sinistro crepitio di un fucile d’assalto)

La ragazza: No! (Lo abbraccia più forte)

Il ragazzo: Adesso mitragliano sul grande viale.

La ragazza: Possono inseguirci fin qui?

Il ragazzo: Per il momento, suppongo abbiano altro da fare che occuparsi di noi. Perciò qui siamo al sicuro fino al sorgere del sole.

La ragazza: Sei ferito alla testa!

Il ragazzo: No! ….Dove? (Si passa una mano tra i capelli. Una piccola massa deforme gli rimane incollata tra le dita) ….Un pezzo di cervello!…..Era a qualche passo da me quando ho sentito un rumore sordo: le era appena esplosa la testa.

La ragazza: Sulle gambe…..Anch’io ne ho! Ho la nausea, sto per vomitare.

Il ragazzo: Sui tuoi abiti, c’è sangue dappertutto.

La ragazza: Non sopporto più quest’odore….

Il ragazzo: Allora, togliti il vestito. (Si allontana). E riposati un attimo.

La ragazza: No, non ti allontanare….

Il ragazzo: Sono vicino a te.

La ragazza: Prendimi la mano.

Il ragazzo: Tremi.

La ragazza: Ho voglia di piangere.

Il ragazzo: …………….

La ragazza: Non ci riesco. Ma ho voglia di piangere!

Il ragazzo: Non devi: fuori potrebbero sentirti.

(Lui l’abbraccia)

La ragazza: Sai….vorrei urlare fino a spezzarmi la voce. Lasciami gridare una volta, una sola volta. Dopo, potrò anche morire. Non vedrò più niente, non sentirò più niente…..C’è un rumore!

Il ragazzo: Non è niente.

La ragazza: Ascolta!….Ascolta!

Il ragazzo: Hai davvero i nervi a pezzi.

La ragazza: Sento un respiro.

Il ragazzo: Il mio, forse.

La ragazza: No, c’è qualcuno!

(La porta si socchiude leggermente: un raggio di luce penetra per qualche secondo, poi la porta si richiude)

La ragazza (mormorando): Un ladro?

Il ragazzo: Un ladro….Chi rischierebbe la vita per soldi in circostanze come questa? Se c’è qualcuno, è un fuggiasco. Non fare rumore!

(La porta si apre bruscamente. Nella strada, le auto militari si succedono e filano a tutta velocità. Un’ombra entra e richiude immediatamente la porta. Silenzio. La fiamma di un accendino illumina a un tratto il viso di un uomo di mezza età)

Il ragazzo: Che cosa fai?

L’uomo (sorpreso): Fumo…..Cerco un rifugio.

Il ragazzo: È vietato fumare, qui.

L’uomo: La città è incendiata dai soldati. Dovunque nelle strade si sprigiona un fumo spesso…..e allora, che importanza può avere una scintilla in più? Smettila di giocare alla guardia. Vuoi una sigaretta?

Il ragazzo (uscendo dal nascondiglio): Sei fuggito dalla piazza?

L’uomo: No, da casa mia: non potevo restare neppure là.

(Aziona l’accendino e illumina il suo interlocutore)

Il ragazzo: Hanno già cominciato a perquisire ogni casa?

L’uomo: Se si aspetta che arrivino, sarà troppo tardi. (Gli passa una sigaretta e l’accende, osserva il suo interlocutore, guarda la t-shirt che porta). Sei uno studente? Com’era sulla piazza?

Il ragazzo: I carri armati la accerchiano completamente. Ai quattro angoli hanno acceso le lampade che si usano abitualmente per le feste e illuminano la sparatoria. Ho paura che tutti quelli che non sono fuggiti siano spacciati. Su tutte le strade, non ci sono che cadaveri.

L’uomo: Non c’è un solo posto sicuro in questa città! Anche se resti a casa tua, le pallottole volano da fuori. Nel mio palazzo, un vecchio spostava i suoi vasi di fiori dal balcone – lui coltiva delle orchidee – per paura che il fumo delle auto in fiamme nella strada le annerisse. Mentre apriva la porta del balcone, una pallottola gli ha attraversato la fronte. È morto in battaglia.

Il ragazzo: Certi soldati hanno avuto un addestramento da tiratori scelti. Hanno paura che la gente faccia fotografie, paura delle prove.

L’uomo: Il vecchio portava solo gli occhiali. Era molto miope: un contabile in una fabbrica di birra, in pensione. (Silenzio. Fa luce con l’accendino). È un deposito?

Il ragazzo: Chiedilo al diavolo….

L’uomo (facendo un giro d’ispezione): Una scala: un ponteggio o una forca?

Il ragazzo: Assomiglia all’inferno.

L’uomo: Forse, ma almeno ci si può nascondere. Comunque, è meglio del mattatoio in piena luce. Sei fuggito da solo?

(La ragazza, che si è tolta l’abito, si nasconde in fretta)

Il ragazzo: Il nostro gruppo è arrivato da sud. Quando ci hanno visto correre, hanno aperto il fuoco. Si sono dispersi tutti e io mi sono ritrovato qui…..E tu, perché sei fuggito?

L’uomo: Io? Un’ora fa ho ricevuto una telefonata anonima che mi consigliava di fare attenzione alla mia vita di figlio di un cane.

Il ragazzo: I membri della Sicurezza?

L’uomo: Può darsi un amico, cosciente della situazione, che ha usato questo metodo per salvarmi la pelle.

Il ragazzo: Significa che possiedono già una lista nera di persone da arrestare?

L’uomo: Hanno tutto sulla piazza: dai posti d’ascolto per le intercettazioni telefoniche ai sistemi video sofisticati. Tutti quelli che hanno scritto un articolo o pronunciato un discorso sono archiviati sui computer. Arrestano chi vogliono quando vogliono. Ai loro occhi la vita ha poco prezzo …..

Il ragazzo: Allora, che fare? Si possono attraversare i viali ?

L’uomo: Chissà! Le strade adesso sono piene di auto militari. Come valutare se si ha o no una chance?

(Sceglie con cura un posto per sedersi, spegne l’accendino e respira profondamente)

Il ragazzo: Solo sedersi e aspettare?

L’uomo: Deve mancare un’ora al sorgere del sole….

(Silenzio. La ragazza esce lentamente dal nascondiglio, sempre senza abito. Urta qualcosa. L’uomo spegne immediatamente la sigaretta. La ragazza si avvicina. Lui si alza e fa luce con l’accendino)

L’uomo: C’è qualcuno?

La ragazza: No! Non accendere.

L’uomo (sconcertato): Ah, scusa. (Spegne l’accendino)

La ragazza (al ragazzo): Che facciamo?

L’uomo (ironico, di fronte alla giovane coppia): Che bell’entusiasmo…..ma ora e luogo non sono proprio i più comodi.

Il ragazzo: I suoi vestiti sono completamente macchiati di sangue!

L’uomo: Una ragazza non dovrebbe partecipare a questo genere di agitazioni!

La ragazza: I vecchi e i bambini che ci circondavano si sono accasciati nel sangue. Accasciarsi nel sangue…..questo ha un senso per te?….Sulla piazza a mezzanotte c’era una marea umana, come durante i più bei giorni di festa. Nessuno avrebbe potuto immaginare….

L’uomo: Bisognava prevedere.

Il ragazzo: E tu, l’avevi previsto?

L’uomo: Non avrei mai creduto che potessero essere così crudeli.

Il ragazzo: Nemmeno noi.

L’uomo: Ma non è una scusante. Avreste dovuto pensare a organizzare la ritirata all’epoca in cui il movimento è cominciato.

Il ragazzo: E tu, ci avevi pensato?

L’uomo: Ognuno avrebbe dovuto pensarci.

Il ragazzo: Se ci hai pensato, perché non sei fuggito prima, evitando di ritrovarti in una posizione così spiacevole?

L’uomo: Avevo voglia di vedere l’epilogo.

Il ragazzo: Eppure un epilogo prevedibile, per te. Allora, perché ti sei lasciato travolgere ?

L’uomo (con amarezza): Mio malgrado….A dire il vero, ho iniziato molto presto a odiare questa sporca politica; davvero presto ne ho
avuto abbastanza!

Il ragazzo: Chi ti ha costretto?

L’uomo: Ragazzino, non credere di essere il solo a indignarti. Tutti condividono questa indignazione. Se no come giustificare tanti manifestanti nelle strade a sostenervi…..E a farsi massacrare.

Il ragazzo: Eppure, tu non sembri convinto del senso profondo della lotta di un popolo che combatte per ottenere la libertà e la democrazia….

L’uomo (riscaldandosi): La lotta di un popolo….! Tu vuoi parlare di qualche milione di abitanti di questa città, mani e pugni nudi, senza armi, solo con delle bottiglie di limonata e dei mattoni per opporsi ai fucili e ai carri armati. Un autentico suicidio…. Eroico forse, ma ingenuo e stupido! Le persone, purtroppo, non possono evitare questo genere di ingenuità e stupidità.

Il ragazzo: Compreso tu?

L’uomo (amaro): Compreso io.

Il ragazzo (più vicino): Hai rimpianti?

L’uomo (con freddezza): È troppo tardi per avere rimpianti.

Il ragazzo: La lotta del popolo per ottenere la libertà prima o poi trionferà. Anche se dobbiamo pagare col sangue.

L’uomo: E perché in questo caso sei fuggito di fronte ai carri?

Il ragazzo: Non volevo un sacrificio inutile.

L’uomo: Ma chi farà allora questo genere di sacrifici? Forse persone come me? Parli a nome di un popolo ma non sei capace di comandare su te stesso. Parli di vittoria finale ma non riesci a dominare neppure te stesso. Questa lotta per la libertà porterà solo alla morte: equivale al suicidio. Se non c’è più vita, che senso può avere ancora un’ipotetica vittoria finale? Tu ed io dobbiamo fuggire: è questa la verità!

Il ragazzo (visibilmente molto innervosito): Gli uomini non sono dei cani….

La ragazza (fermandolo): Lascialo perdere. Presto sarà giorno!

Il ragazzo: Non posso sopportare questo genere di….

L’uomo: Ragazzino, forse tu non puoi sopportare….ma devi sopportare. Devi sopportare la disfatta. Questo entusiasmo cieco di fronte alla morte non serve a niente.

Il ragazzo: Tu parli solo di capitolare. Va allora ad arrenderti alla giustizia. Dichiara che sostieni il massacro, che tutti quelli che sono morti erano dei delinquenti, e che tu sai dove si rintanano due individui della stessa specie, che hanno il corpo ancora coperto di tracce di sangue!

L’uomo (ridendo con freddezza): Non sono nemmeno sicuro che funzionerebbe. È piuttosto te che libererebbero. Posso già sentirli: tu sei ancora un bambino….ti sei fatto raggirare….quelli che ti hanno incitato alla sommossa sono persone come me…..Può darsi che abbiano già scritto una confessione. Gli sarà sufficiente trovare il ragazzo che “spontaneamente” la pronuncerà davanti alle telecamere della televisione….

Il ragazzo: Questa insinuazione mi offende, è un insulto nei miei confronti, alla mia personalità!

L’uomo: E tu credi che loro si interessino della tua personalità? Il tuo preteso popolo, lo schiacceranno fino a ridurlo in poltiglia…e oltretutto in nome del popolo. Te lo ripeto: è con la fuga che ci dobbiamo confrontare, è il nostro destino, tuo e mio. (Mormorando) Il destino umano, è sempre la fuga!

(Si sente, molto vicino, una sventagliata di mitra. Si sono ravvicinati e si stringono gli uni contro gli altri. Grattano alla porta)

Estratto dal testo pubblicato nel volume “La Fuga”  di Gao Xingjian, traduzione e cura di Simona Polvani (Titivillus Edizioni, 2008) e depositato presso la SIAE (Italia) e la SACD (Francia)

Cover del volume “La fuga”

Tradurre -oggetti d'uso

“L’inattendu”- L’inatteso. È stato come affacciarsi sul bordo di un pozzo colmo al culmine dell’acqua e specchiarsi, leggere sulla liquidità mossa della superficie parole di altri, di un altro, in una lingua conosciuta ma non dominata, piena di erre dolci, di termini che si spengono scivolando, di accenti acuti, gravi, circonflessi marcati a fuoco, di dieresi gentili, passi di danza in forma di cedille a spezzare le pianure delle frasi, di zeta perdute e ritrovate, di acca tramutate in asc(h)e, di una lingua discendente dalle antiche gesta, territorio delle romanze e dell’amour de loin.
Vedersi in quello specchio, sentire e risentire, quelle parole d’altri, di un altro, e volerle possedere, dentro il ventre, tenerle, dentro il ventre che è la mente, dentro il ventre della bocca, e generarle, di nuovo, rigirarle tra la lingua, impastarle, dar loro forma, partorirle nella propria lingua, nuove, diverse e prossime, sorelle, sorelle di segni, di interpunzioni, di idioma.
Desiderare che quella voce che senti leggendo nella mente, emettendola in suoni, stropicciandola con gli occhi, diventi anche la tua voce, l’articolazione delle tue parole, la modulazione del tuo respiro che si adagia sul respiro dell’altro, che il tuo ritmo delle sillabe che batte sul palato e tra i denti sia del ritmo dell’altro richiamo allitterato, nell’accesso di un testo scritto per essere detto, per risuonare nella cavità toracica, alzare e abbassare il diaframma di corpi e bocche di attori, e occupare la scena, i palcoscenici, teatri all’italiana, anfiteatri, moderni palchi rasoterra di fabbriche e hangar dismessi, l’etere di onde radiofoniche.
L’inatteso/L’inattendu, che Fabrice Melquiot mi ha regalato in un pomeriggio di luglio– un fuoco che occupa la mente e un verbo, che per la prima volta diventa possibilità, TRADURRE.
Tradurre da voce a voce, tradurre da cassa di risonanza a cassa di risonanza, tradurre teatro, testi di teatro contemporaneo, dove l’aggettivo non è un accidente, testi di teatro di autori viventi, che affrontano temi legati al nostro presente contingente-universale, al nostro sempre e qui. Pièce per adulti, adolescenti, bambini.
Ho iniziato nel 2003, traducendo due brevi passi del testo “La tigre blu dell’Eufrate” di Laurent Gaudé, la sfida che Alessandro Magno in agonia lancia al dio dei Morti. Frammenti, come buchi nel testo, ordito, in cui l’attore francese “diceva” in italiano, nella tela estesa del tessuto arabescato francese.
Ho proseguito con due testi immaginifici di Fabrice Melquiot, “Sulla mia pietra non farà notte” e “Albatros”, poi ho incontrato Christophe Pellet e la sua magnifica trilogia sulla fine del XX secolo “Il ragazzo giraffa”, Marie Ndiaye con la magia perversa de “Le serpi”. Ho poi conosciuto la crasi tra oriente e occidente di Gao Xingjian, già Premio Nobel per la letteratura – in parte mi ha cambiato la vita: “La Fuga”, su Piazza TienAnMen, “Ballata notturna”, manifesto al femminile, “Il Sonnambulo” sulle deviazioni del potere, “Il mendicante di morte”, contro le mistificazioni dell’arte contemporanea e la società dei consumi.
Ho scelto poi “Il muro” di Eddy Pallaro, per la ricchezza della sua parola scarna, “I bambini della Luna Piena” di Emanuelle delle Piane, reinvenzione poetica di un fatto criminale atroce, per poi tornare a Gaudé con “Onìsio Furioso”, un Dioniso barbone a New York in uno struggente à rebours.

Per ogni traduzione terminata ci sono almeno tre cantieri aperti. Per il 2012-2013, in effetti, ce ne sono molti di più: “Wanted Petula” e “Le laveur de visage” di Melquiot, “Le Murmonde” di Serge Kribus, “Louise les ours” di Karin Serre, “De la révolution” di Joseph Danan, e altri tre testi di Gao Xingjian.

Negli ultimi anni, oltre ai testi teatrali, ho tradotto anche alcuni saggi e poesie di Gao Xingjian.

Un altro desiderio adesso: tradurre voci silenziose, destinate a rimanere sulla carta, romanzi fatti per risuonare dentro di noi, da autore a lettore. Traccio una prospettiva, solo e sempre a matita.

Simona Polvani